venerdì 8 novembre 2013

il guru nel menisco


il cuore di un cammino di ricerca è a condivisione: le tracce lasciate da altri, magari da luoghi lontani nel tempo e nello spazio, diventano strumenti, incoraggiamenti o consigli per noi, qualcosa di utile nel nostro percorso.
Savina Canazza, yogini e aikidoka, è l'autrice del testo qui di seguito; è grande la generosità che implica raccontarsi in pubblico per le persone discrete e riservate come lei: di questo altruismo la ringrazio. 

[per inciso no, non c'è nessun errore nel titolo del post: 
benché i refusi siano abituali nei miei scritti, e - sia detto per onore di verità - nonostante le riletture e i controlli ortografici automatici (a volte a causa dei controlli automatici), qui non si narrano affatto epiche gesta di ortopedia chirurgica e, dunque, non si tratta del guru del ginocchio. 
in questa storia il guru viene trovato, senza nemmeno averlo cercato per la verità, nel menisco, tutto qui.]

"Cara Nanà, dopo che la risonanza magnetica aveva rilevato il danneggiamento del menisco, tutti i medici mi sconsigliavano l’intervento perché non lo ritenevano necessario, secondo loro bastava rinunciassi alle mie attività fisiche.
Mi sentivo sconfitta e delusa perché non avevo avuto la capacità di fermarmi prima dell’infortunio, quando cioè percepivo la stanchezza e il corpo mi chiedeva di rallentare. Superbamente avevo continuato per essere come gli altri, per non perdermi nulla, ma avevo ottenuto di sentirmi l’ultima della classe, l’allieva che non si ascoltava nonostante gli anni di pratica.
Avevo cercato di andare avanti in qualche modo, di continuare come se niente fosse, ma il continuo dolore fisico ha definitivamente abbattuto ogni mio tentativo di resistenza.
A quel punto dovevo decidere se farmi operare o no, se volevo continuare o rinunciare.

Nanà, lo sai che quando prendo una decisione non la cambio più, ma in quel periodo ho assistito, quasi come fossi una spettatrice, ai miei continui ripensamenti.
Con tenacia mi sono “aggrappata” allo yoga, ma non era facile: certe posizioni non potevo eseguirle e era frustrante, la mente era un subbuglio di pensieri e mi sembrava che tutto perdesse di significato.
Più passava il tempo, più mi innervosiva il mio continuo tentennare riguardo l’intervento, inoltre mi colpevolizzavo per come stavo affrontando il problema.

giovedì 17 ottobre 2013

di abiti e altre amenità - ovvero tre episodi di cambiamento corporeo (episodio 2)


"se trattengo il fiato per tutto il matrimonio, potrei anche riuscire a non far saltare le cuciture”, dici, perplessa.         
E' avanti con l’età e sorride, in quel suo salotto pieno di mobili scuri troppo grandi e centrini di pizzo sotto foto in cornice, a decine, di tutte le cerimonie familiari degli ultimi quarantanni, comprese le cresime dei nipoti dei secondi cugini o giù di lì.  Sei appena entrata eppure tutto ti è noto, come se fossi andata a trovare una prozia un po’ matta che vive lontana (invece sei a meno di cinquecento metri da casa tua).


Armeggi in apnea con la lampo per liberarti dalla morsa dell’unico Abito da Cerimonia che possiedi.
“la giacca”, aggiunge lei, ridendo apertamente “non dovrai mica metterla, vero?”

Somiglia davvero alla tua vecchia prozia, forse perché fa la sarta anche lei.
In quel momento sai con sicurezza che conserva diligente i buoni sconto del supermercato, fa dello zabaione buonissimo e troverà magicamente il modo di farti respirare in quello stesso abito che poco prima ti soffocava, frutto di un incauto acquisto di oltre due anni or sono: quella volta era il matrimonio numero tre di una tua amica e tu pensavi non fosse opportuno stare nell’album di nozze con lo stesso abito dei matrimoni numero uno e due.
Avevi deciso un investimento; ci avresti giurato di usarlo, quel vestito, in tutte le numerose occasioni di cui la fantasia aveva improvvisamente farcito la tua vita mondana (che, per la verità, somiglia piuttosto a quella di una novantenne in coma), ché certe spese una non le fa mica a cuor leggero, deve giustificarsele.
Durante l’ultimo, delirante trasloco, eri anche miracolosamente riuscita a conservare il prezioso Abito intatto, riservandogli le cure che si dedicherebbero a un bebé in uno tsunami, per dire. 

Nel tempo, comunque, avevi già notato nei tuoi vestiti l'antipatica tendenza a stringertisi sulle spalle (e tu per vestiti intendi acquisti occasionali strettamente necessari a non insegnare Yoga con maglie bucate).
Davi la colpa alla scarsa qualità del materiale, cavolo, due passaggi in lavatrice e si stringono subito… non che ti sia mai curata chissà quanto dell’abbigliamento e quando l’unica cosa che ti spinge a entrare in un negozio è il prezzo sul tavolo dei rimasugli di fine stagione (di almeno cinque anni prima), la tua logica ti porterebbe a credere che un abito di un buon materiale, quell'Abito, non ti tradirebbe mai, ché la spesa è, sicuramente, valsa la pena.

Per quasi tutte le illusioni arriva il giorno di infrangersi e questa si è frantumata a pochi giorni dalla seconda occasione di indossarlo, a distanza di quasi tre anni dalla prima (e a conferma della scarsa mondanità che ti contraddistingue), quando hai prudentemente pensato di riprovarti l’Abito.

quelli che...l'Universo in Noi!


cosa dice chi c'era a questa settimana di Yoga...

“anche se non mi sembra cambiato nulla qui, sicuramente è cambiato qualcosa in me

“[…] le piantine germogliate dentro di me resistono agli attacchi della consuetudine così come all'inerzia dei nodi della mia personalità; sono però sicuro che la loro sarà una crescita che mi accompagnerà per tutta la vita e che qualche tempesta ogni tanto servirà solo a rinforzarne il fusto”

 “tutto scorre, e scorre meglio. spero solo di poter mantenere questo magico stato di grazia

“[…] riprendere i miei tempi, ritmi, abituarsi allo stretto contatto con gli altri, questi sconosciuti... sono state tutte sensazioni molto piacevoli”

 “mi sono trovata a raccontare ad amici curiosi della mia esperienza e non ho potuto che parlarne con gioia, come una delle vacanze più belle che abbia mai vissuto: seppur semplice, così unica

“ho ritrovato un po' della forza di carattere che mi sembrava di aver perso e la capacità di fare delle cose per me”


 “a volte la vita prende una piega un po' arida, siamo troppo presi dai nostri impegni, spesso futili e che riteniamo così importanti. è un dare il giusto valore alle cose, nell'aridità della nostra vita può nascere sempre qualcosa di rigoglioso e inaspettato

“un aspetto del mio carattere che ho rivalutato e riscoperto durante la vacanza è stato l'amore per la semplicità

“se all'inizio ero un po' diffidente anche solo nel camminare per terra a piedi nudi (aiuto, ci si sporca, ci si fa male...) è bastato davvero poco per riabituarsi a tutto ciò che ci circonda nel modo più naturale possibile

“ho riscoperto anche la tolleranza, andare incontro all'altro

“è stato interessante scoprire insieme come volerci bene, come massaggiare gli organi, come sentire le sensazioni, anche le più minime, del nostro corpo. il corpo ci parla, sempre, e noi dobbiamo ascoltarlo

mercoledì 16 ottobre 2013

quelli che...il Linguaggio Segreto del Corpo


da questa settimana di Yoga, i feedback dei partecipanti, che ringrazio col Cuore...

“a cosa mi è servito il corso? ad aprire le finestre del cuore al sole...”

“devi ricercare dentro il tuo corpo. ciò che scopri andrà a tuo vantaggio. gli altri possono darti i mezzi e gli strumenti ma non possono fare questa ricerca per te

“mi "penso" come una regina, con la corona in testa, sia quando cammino per la strada, sia quando faccio marmellate o dipingo, mi sento la lepre che mette fuori la testa e annusa l'aria, mi sento a mio agio nel mio vecchio corpo arrotondato dall'età e dal vissuto. i movimenti sono più fluidi, anche quando sono veloci, e ho incorporato l'infinito nella camminata, insomma sculetto! :-))”

“mi sento più capace di governare la mente, mi pare di aver lasciato alle spalle tredici anni di malessere che sotto sotto mi logorava”

non sono più la stessa persona di prima. almeno in parte. credo di essermi avvicinata finalmente un pochino alla risposta alla fatidica domanda "cosa vuoi fare da grande?" - ho resistito all'impulso di fare uno dei miei soliti colpi di testa, ma non mi ero mai sentita così libera prima e sento l'esigenza di prendermi cura del mio corpo. in generale per me è stata una settimana di "amplificazione" e "apertura"!


martedì 1 ottobre 2013

bisogno di poesia

 
                                                                “Ho bisogno di sentimenti,
di parole,
di parole scelte sapientemente,          
di fiori, detti pensieri,           
di rose, dette presenze,          
 di sogni, che abitino gli alberi,           
di canzoni che faccian danzar le statue,           
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.           
Ho bisogno di poesia”

Alda Merini



venerdì 30 agosto 2013

quelli che...Il Sogno

alcuni feedback dei partecipanti al workshop "Il Sogno - percorso Yoga" (di tutti i partecipanti, insegnante compresa!).


“non so se sia effetto del seminario ma sicuramente sta aiutando..mi sento più radicata...mi sento in grado dire di "no" e […] cominciare anche a sapere cosa voglio mi fa dire più serenamente "no" senza sentirmi in colpa!  e i sogni mi aiutano a vedere più chiaramente..a pazienza...con amore…piccoli passi...”

"sono sempre stata brava, a sognare. dirigevo i sogni, credo si chiami sogno lucido quella cosa che succede quando, all'interno del sogno, ti accorgi di stare sognando e allora puoi anche cambiare il contenuto del sogno, senza svegliarti. mi capitava spesso. 

ho capito però che lasciar liberi i miei sogni è più divertente, e se li seguo senza dirigerli ma lasciando fare a loro, posso avere molte indicazioni più preziose su me stessa e quel che mi accade anche durante la veglia".

mercoledì 19 giugno 2013

in principio furono i piedi, ovvero tre episodi di cambiamento corporeo (episodio 1)


a Natale 2010 sei partita per l’India da sola e un po’ alla cieca, senza lo straccio di un piano vero e con il solo bagaglio a mano: uno zaino quasi esclusivamente stipato di medicinali omeopatici, allopatici, antibiotici per qualsiasi evenienza, il resto che servirà lo troverai in loco, meglio viaggiare leggera, hai pensato, chiedendoti con quanto sforzo “conservare in luogo fresco e asciutto, temperatura massima 18°C” si sarebbe adattato al clima locale di quell’ultimo lembo di terra indiana prima dell’oceano.
Tra le pochissime concessioni ad elementi estranei alla sfera farmacologica ci sono i tuoi storici sandali rasoterra allacciati alla caviglia.
avevi previsto medicinali per ogni sorta di probabile o improbabile attacco al tuo sistema immunitario, ma non avevi previsto che i sandali sarebbero stati scomodi da togliere e rimettere decine di volte al giorno, a entrare e uscire da templi, negozi, ashram e via dicendo.
Non lo sapevi proprio (anche per via dell’assenza di un piano vero e di informazioni basilari) che, strada a parte, in quell’angolo all’estremo Sud dell’India saresti andata in giro scalza.

Come nel civile nord Europa, che quando si entra in casa ci si tolgono subito le scarpe, anche se non sei a casa tua e hai i buchi nei calzini.
Non ci avevi pensato, eppure nella tua italianissima casa costringi gli amici di passaggio (lo faresti anche con l’idraulico e l’elettricista se avessi il coraggio di chiederglielo) a togliersi le scarpe all’ingresso, offrendo in cambio l’obliqua comodità di pantofole-per-gli-ospiti comprate in saldo a un euro il paio e che loro trovano, giustamente, inquietanti, d’inverno, o cantando le meraviglie della libertà dei piedi scalzi, d’estate.
Insomma, dallo sbarco in poi trascorri un tempo che valuti eccessivo ad allacciare e slacciare la fibbia degli storici sandaletti che dall’altra parte del mondo ti sembravano comodissimi ma qui ti diventano odiosi, minando la cifra di praticità essenziale dell’intero viaggio.
Dopo la mezz’ora più lunga della tua vita su un motorino indiano insieme a due amici (se non si supera il plurale di almeno una cifra, a bordo di un mezzo qualsiasi, è chiaramente uno spreco maleducatissimo) incontrati proprio quel giorno, durante la quale avete attraversato la città e siete arrivati, inspiegabilmente illesi ma con (tuo) indiscutibile incanutimento precoce (la nonchalance degli altri passeggeri ti lascerebbe basita, se avessi fiato per notarla), alle bancarelle ai piedi del tempio, decidi di procedere all’acquisto di un paio di infradito.
Indiane, in pura plastica che il venditore continua a cercare di convincerti essere pelle e, dopo un po’, inizi perfino a credergli o almeno fingi di farlo perché in India è così, per sopravvivere essenziale e pratica a un certo punto devi tagliare corto nelle contrattazioni.
Tanto vincono loro comunque.
Ti provi il tuo numero, 38 e mezzo (“toh, guarda, anche in India hanno le mezze misure!”) ma facciamo 39 ché qua camminerai parecchio e l’ultima cosa che vuoi è dover ricorrere ai medicinali (che trasporti in giro a spalla pronta ad incoraggiare, nel temutissimo momento del confronto decisivo, i tuoi pallidi e occidentali globuli bianchi rispetto ai nerboruti batteri virus e altre amenità subtropicali che popolano la tua fantasia) per curarti le piaghe infette che certamente ti martorierebbero i piedi.
Il 39 ti è piccolo, però.
Invece il 40 indiano ti calza a pennello, e a te sembra di aver capito come gira da queste parti.

sabato 1 giugno 2013

l'amore al tempo delle divinità - seconda parte (Kamadeva)



avatar” (parecchio prima di essere un film) è il termine usato per indicare le manifestazioni salvifiche di una divinità nel mondo e Visnu è, per contratto, quello della Trimurti (la Trinità indiana composta da Brahma, l'Iniziatore della Vita, Vishnu il Conservatore della VIta, Shiva il Distruttore) il più gettonato ad apparire ogni volta che un Universo sta per collassare anzitempo. 
vista la vocazione, è naturale che sia lui a seguire  pazientemente Shiva nella sua danza selvaggia e disperata.
ogni volta che può, Visnu taglia un pezzo del corpo senza vita di Sati: spera che, quando Shiva si ritroverà senza il cadavere tra le braccia, si fermerà, finalmente, e allora la Dea potrà rinascere.
così sulla terra cade una pioggia di parti della Dea (52, per alcuni 108, comunque un bel po'), e i luoghi in cui cadono, lungi dall'essere il raccapricciante teatro di una scena splatter, saranno invece per sempre sacri e benedetti dalla Dea.
[comunque non sono solo le Dee a venire affettate: infatti l’episodio della Dea fatta a pezzi ricorda da vicino un’altra storia, quella “mediterranea” di Iside e Osiride, solo che lì è il Dio, Osiride, a venir e ucciso smembrato in 14 parti (numero associato ai cicli lunari: il tempo che la luna ci mette a crescere e calare), creando altrettanti luoghi sacri].
quando Shiva si accorge che il corpo di Sati non c’è più, si toglie dal mondo ben deciso a non tornarci, sprofondando in meditazione nei reconditi meandri di un picco montuoso. 

in India, però, niente è eterno,  nemmeno la morte:  la Dea rinasce.
stavolta da re Himavat (l’Hymalaya), con il nome di Parvati, che infatti vuol dire montagna.
e di nuovo dimostra fin dall’infanzia una vera e propria fissazione per Shiva. lo prega in continuazione, ne adora l’immagine come le ragazzine di un  tempo veneravano i poster con le effigi dei cantanti dell’epoca (mi accorgo – sic! – solo ora che ignoro se gli adolescenti contemporanei conservino quest’usanza vetusta o se l’abbiano sostituita con altro…).
qui entra in gioco uno dei rishi, che sono i saggi coi superpoteri: si chiama Narada.
per una serie di circostanze (che naturalmente stanno dentro un’altra storia), Narada è destinato a viaggiare senza tregua tra i vari mondi. una sera lo trovi a cena con Visnu e Lakshmi, la mattina dopo se ne sta sulle rive del Gange in compagnia dei bramini…non solo Narada sa il fatto suo, ma è anche sempre informatissimo sulle ultime novità dei tre mondi.
nel suo girovagare, arriva sull'Himalaya e predice a Parvati e ai suoi genitori che la fanciulla è la predestinata compagna di Shiva; stavolta il padre della Dea è contento della notizia e, benché si sappia che Shiva è pietrificato dal dolore e non degni di uno sguardo non dico le donne, ma nessuno al mondo, Himavat decide di accompagnare Parvati presso il Dio.
infatti, combinazione!, Shiva per il suo ritiro ha scelto proprio una delle montagne che stanno nel regno di Himavat, e siccome il re fa in modo che la sua meditazione non venga mai turbata, Shiva ricambia la gentilezza accogliendo la richiesta che Parvati rimanga presso di lui per servirlo.
anche se Shiva acconsente, non gli scappa un’occhiata a questa bellissima fanciulla, e tantomeno si accorge che in lei, in Parvati, Sati ha ripreso vita. 
vedendo che Parvati veniva accompagnata alla montagna di Shiva, l'ansia dei deva si era placata, solo per lasciare nuovamente posto alla disperazione: la meditazione del Dio è troppo profonda, non si riesce proprio a riportarlo nel mondo.

tra i deva c’è Kama, il dio del desiderio [siamo abituati a conoscerlo come Eros].
è un bellissimo giovane, armato di arco e frecce fiorite, dalla mira infallibile e dal risultato certo: chiunque venga colpito dai suoi strali, cede al desiderio.
proprio chiunque, ci è cascato anche Brahma che lo ha generato (tanto per cambiare, questa è un’altra storia).
è l'unico che può accelerare le cose, così i deva lo convincono a intervenire.
Kama parte insieme alla sua inseparabile compagna Rati, la passione,  e per questa missione  si fa accompagnare anche da Vasant, la primavera.
così, sul quel picco montano gelido e lontano dai clamori del mondo, improvvisamente è tutto un fiorire, cinguettare e soffiar di zefiri che già da solo scioglierebbe anche il cuore più freddo.
Shiva però non muove un muscolo da eoni, e continua a restare sprofondato in meditazione.
in questa cornice leziosa e propizia, Kama scocca sicuro il suo dardo e colpisce Shiva, esattamente nel momento in cui Parvati gli si trova davanti.
i deva si sono precipitati a spiare la scena, nascosti dalla vegetazione.
tutti trattengono il fiato. 
Kama, Rati, Vasant, Parvati, i deva
Shiva apre un occhio, uno solo, il terzo occhio al centro della fronte.
finalmente si è mosso!
ma lo sguardo del terzo occhio di Shiva incenerisce, all'istante, Kama, che lo ha disturbato.
tutti si disperano. 
i deva che non vedono vie d'uscita alla sconfitta da parte di Tarakasura. Rati che, incredula, raccoglie le ceneri dell’amato.


mercoledì 22 maggio 2013

l'amore al tempo delle divinità - prima parte (Shiva e Sati)





cosa significa l’amore tra il Dio e la Dea?
che conseguenze ha nella percezione di noi stessi e nel nostro modo di attraversare le esperienze della Vita?
chi è Shiva?
chi è Sati?
chi è Parvati?
cosa c’entrano con lo Yoga, col Tantra?
ecco la storia.

Shiva, il Dio, è il principio Maschile (attenzione, NON uomo, ma principio energetico maschile!).
è un dio strano: sembra un vagabondo, coperto di cenere, seminudo, scalzo, spettinato, con una falce di luna tra i capelli e il fiume Gange che gli sgorga sulla testa (questa, però, è già un’altra storia), adornato con monili di serpenti vivi.
se ne sta eternamente raccolto in meditazione in qualche picco montano, inaccessibile quanto lui.
la Dea, la Shakti, è la potenza, l’energia, è la Vita, il principio energetico Femminile.
facciamo iniziare la storia nel momento in cui Brahma, che per l'appunto è il dio dell’inizio, chiede alla Dea, alla Shakti, di incarnarsi in una donna e portare Shiva nel mondo, nella Vita, distogliendolo dalle sue pratiche ascetiche (le motivazioni di Brahma stanno in un’altra storia ancora).
La Dea accetta e sceglie di nascere al mondo come figlia di Daksha: questo signore è un re arcinoto ed è nientepopodimeno che figlio di Brahma stesso.
Daksha è un fervente e rigoroso adoratore della Dea, e la sua gioia è enorme quando riceve in sogno una visita proprio della Dea in persona, che gli dice “ho scelto te e la tua sposa come genitori, mi incarnerò nel grembo di tua moglie. sarò vostra figlia ma, attenzione: non dimenticarti mai che anche come tua figlia, sarò pur sempre la Dea. trattami con rispetto perché, se non lo farai, me ne andrò immediatamente”.
non fa fatica a promettere, Daksha.

così nasce Sati, la Dea incarnata.
è una spettacolare principessa, una meraviglia della natura per bellezza, saggezza e intelligenza.
Daksha è felice e non vede l’ora di maritarla a qualche valoroso re del circondario.
ne arrivano a ondate, di pretendenti, da tutto il mondo. ciascuno incantato dal  fascino di Sati, ciascuno chiedendola in sposa.
solo che lei, Sati, rifiuta tutti.
ha un pensiero fisso: da quando è nata, lei vuole solo Shiva.
il che è complicato, dato che lui, Shiva, se ne sta per l’appunto in meditazione sulla montagna più alta del mondo, lontano da tutto e decisamente inadatto alla vita di corte che una principessa dovrebbe condurre.
ma Sati è irremovibile.
o Shiva, o niente.
Daksha si deve arrendere all’evidenza: Sati non sposerà alcun re.
la stessa Sati decide di lasciare gli agi delle reggia paterna e di ritirarsi in meditazione nei boschi, pensando che l’unico modo per incontrare Shiva sia seguire le stesse pratiche ascetiche che il Dio conduce.

da principessa ad eremita, la Dea incarnata pratica il digiuno, la meditazione e l’ascesi come se non avesse mai fatto altro in vita sua; con tale concentrazione da surriscaldare gli iperurani dove i deva dimorano.
lassù finiranno arrostiti se non si mette fine in qualche modo alle pratiche di Sati, e tutti allarmati i deva chiedono a Shiva di aiutarli. il mestiere di un dio è ascoltare le suppliche e esaudirle, e Shiva esce dalle sue austerità: nota Sati, se ne innamora e i due convolano a nozze.
…e vissero felici e contenti? nemmeno per sogno.

mercoledì 8 maggio 2013

il frullamento dell'oceano di latte - seconda parte (amrita)

qui interviene Vishnu, che prende la forma di Kurma la tartaruga e, intrufolandosi sotto la montagna, la sostiene sul proprio carapace.
riprende il lavoro.
tira e molla, tira e molla, tira e molla...per mille anni.
forse per diecimila anni.
forse di più.
l’Oceano di latte è bolle e schiuma, non si vede altro, immersi da ondate bianche, e schiuma, e bolle, c’è spazio solo per l’immensa fatica del tira-e-molla, infinito.
si è addirittura persa la memoria dei fatti che li hanno portati tutti lì, paradossalmente insieme, a frullare l'immenso, inconcepibile Oceano.

poi.
qualcosa di diverso da onde bianche e schiuma.
qualcosa pare emergere, dallo sconfinato latte.
un movimento differente delle onde sorprende tutti e la memoria torna e, insieme alla memoria, un barlume di speranza.

tutto era nascosto nell’Oceano.
ogni cosa ancora là da esistere.
e di più.
soprattutto stavano nell’opaco silenzio di latte degli specialissimi tesori, Ratna, che, uno dopo l’altro, vengono a galla.
lasciando deva e asura, ancora storditi dalla fatica, a bocca aperta, immobili per la sorpresa.
l’Oceano produce la splendida dea Lakshmi: la dea della bellezza, della fertilità, dell’abbondanza, della fortuna, che emerge dalle acque e prende subito per mano Vishnu, diventandone la consorte.
Afrodite, si chiama nel bacino del Mediterraneo.
[i miti raccontano parlano con immagini al nostro cuore, e il cuore dell’umanità è raggiungibile ovunque da figure simili, anche tralasciando le interessenze tra Oriente e Grecia. per la cronaca, Vishnu è il conservatore della Vita, Shiva il distruttore, Brahma il creatore]
Parijata , l’albero divino, con boccioli che non appassiscono né svaniscono mai, e che realizza tutti i desideri.
Sura, dea del vino.
il medico degli dei, Dhanvantari.
la luna, Chandra.
Surabhi, la vacca dell’abbondanza.
l’elefante bianco Airavata.
Rambha, la ninfa divina.
il cavallo bianco a sette teste, Uchchaisravas.
l’arco di Vishnu.
la conchiglia di Vishnu.
il gioiello Kaustubha.
del miasma abbiamo già detto.
Amrita, il nettare dell’immortalità.
eccola qua!
[ognuno dei Ratna finisce in altre storie, affluenti dello stesso fiume mitologico]

gli accordi svaniscono alla vista dell’Amrita e improvvisamente si genera un parapiglia confuso e totale, in cui tutti cercano di impadronirsi della coppa contenente l’agognato nettare.
gli asura l’afferrano subito e all’istante iniziano a litigare su chi tra loro debba berne per primo.
arriva però Vishnu non nella sua consueta veste, ma nelle meravigliose forme di Mohini, l’eterno femminino, una figura di incantevole bellezza
la sua avvenenza stordisce tutti, al punto da convincere gli asura, completamente inebetiti da tanto splendore, a lasciare che sia lei a distribuire la bevanda.
come negarglielo?
Mohni inizia la sua distribuzione  danzando, dispensando agli asura del vino (in fondo era pur sempre appena emerso dalle liquide profondità dell’Oceano), ai deva, invece, l’Amrita.
questa parte di storia finirebbe qui, con i deva che furbescamente acquisiscono l’immortalità e gli asura che agogneranno sempre all’Amrita…
ma ci sono altre mille storie collaterali.
c’è ad esempio il racconto del destino curioso e diverso di un asura, Rahu, che durante la distribuzione dell’Amrita si era intrufolato tra le fila dei deva.
mentre il Sole e la Luna, in fila dopo di lui,  avvisano Mohini dell’imbroglio, Rahu riesce ad assaggiare qualche goccia di Amrita.
purtroppo per lui non farà in tempo ad inghiottire il suo primo sorso, perché Mohini, che è pur sempre Visnu, velocissima lo decapita.
ma le labbra di Rahu sono state fugacemente  in contatto con l’Amrita, quindi la testa dell’asura rimane immortale.
l’aver assaggiato anche solo per poco la meravigliosa bevanda rende Rahu per sempre famelico della pozione (Obelix in salsa indiana!): la coppa con l’Amrita viene nascosta sulla Luna e l’unica parte di Rahu immortale, cioè la testa, eternamente cerca di inghiottire l’intera Luna.
ma Rahu è una testa senza corpo, e la Luna torna sempre, scivolandogli fuori dalla gola… provocando i cicli lunari, le maree e, di fatto, contribuendo al movimento della Vita nel mondo.

sempre i miti, anche questo, ci raccontano di noi.
qui si narra un cambiamento.
estrarre il burro dal latte è cambiare lo stato della materia, e la trasformazione è irreversibile.

il mito ci avverte.
descrive un processo psichico, e l’impegno che il cambiamento richiede: bisogna mettere d’accordo deva e asura, integrare e armonizzare le nostre qualità energetiche, quelle che conosciamo meglio e quelle in ombra.
descrive processi fisiologici, Corporei: l’oceano di latte da cui estrarre l’Amrita (e tutto l’esistente) è nella testa, la volta celeste sotto la calotta cranica.
serve un perno sicuro, la percezione di un centro che è il nostro monte Mandara sostenuto dal carapace di Kurma, la tartaruga (la colonna vertebrale, il bacino, il pavimento pelvico).
si tratta di sensazioni fisiche, del sistema endocrino, del sistema nervoso; le energie si sentono nel corpo.
Vasuki va tirato fuori dal suo nascondiglio e guardato bene in faccia, per poterlo conoscere, avvolto intorno al monte.
il veleno c’è, perché all’inizio di un cammino di trasformazione viene a galla il turbamento.
se non ci fosse il miasma, Shiva (che per inciso è il mio preferito, il dio dello Yoga e della Danza, selvaggio e inossidabile al conformismo, uno che se ne va a spasso scalzo, coperto da una pelle di tigre, coi serpenti che lo avvolgono come gioielli e la luna tra i capelli…ogni dettaglio ha una simbologia precisa, una storia a sé) non potrebbe manifestarsi e respirare via il veleno.
che lascia il suo indelebile marchio, segno di un passaggio di stato.
glielo lascia nella gola, sede dell’espressione, da dove origina tutta la manifestazione che viene vocalizzata nell’esistenza.
dopo il veleno, vengono i tesori.
insieme al veleno, inizia la Vita.
[la storia inizia qui]

martedì 7 maggio 2013

il frullamento dell'oceano di latte - prima parte (il dio dalla gola blu)


questo mito inizia con una promessa. una promessa fatta in tempi lontani, in cui, tanto per cambiare, i deva (dei) e gli asura (antidei) se le danno di santa ragione in una guerra infinita e sfinente: in palio c’è – nientepopodimenoché - il dominio sui tre mondi.  entrambi gli schieramenti sono ormai fiacchi e indeboliti, ma gli asura sono decisamente in vantaggio: i deva hanno un disperato bisogno dell’Amrita, il nettare dell’immortalità.
infatti nella notte dei tempi gli dei non sono nemmeno ancora immortali. vivono molto, molto a lungo, è vero, ma la morte li prende sempre e soffrono di tutte le lacerazioni che la guerra prolungata lascia dietro di sé.
il fatto è che l’Amrita se ne sta immersa nell’immenso Oceano di latte, l’oceano senza sponde di prima dell’inizio, dove tutto è contenuto: ogni cosa è lì, intimamente mescolata a tutte le altre che ancora devono venire ad esistenza.
ma come si fa a tirar fuori, da quell’enorme marasma opaco, il prezioso nettare?
essendo latte, si può frullare (per la precisione, zangolare), proprio come si farebbe per tirarci fuori il burro.
bello.
ma frullare un immenso oceano non è mica come zangolare un secchio di latte!
“per riuscirci, alleatevi con gli asura”, consiglia Vishnu ai deva.

questa è la promessa che da vita alla storia: i deva promettono agli asura, in cambio di collaborazione, di dividere con loro il prezioso nettare.
una promessa pericolosa, difficile da mantenere.
i deva borbottano tra loro su questa inedita cooperazione, ma ci si penserà dopo a come sistemare le cose, dopo, quando avranno la coppa dell’Amrita in mano.
ora l’urgenza è tirarla fuori dall’Oceano.
gli asura, sfiancati dalla guerra e sedotti dalla prospettiva di diventare invincibili, accettano subito di dividere fatiche e premio finale con gli avversari di sempre.

l’impresa è immane.
per costruire la più grossa zangola mai esistita decidono di utilizzare, come perno, il monte più alto dell’universo: il monte Mandara.
non è roba da poco: deva e asura scavano le radici della montagna, per estirparla dal suo sito, ma scavare come matti non basta perché non riescono, nemmeno tutti insieme, a trasportarlo.
il monte scivola, tentenna, cade, schiaccia e non si lascia trasportare. non ce la farebbero mai se l’enorme Garuda, l’aquila divina, non lo prendesse con i suoi artigli, portandolo sa solo al centro dell’Oceano.
per fabbricare, però, una zangola non basta avere il perno adatto: serve anche una corda da avvolgere intorno al monte.
qui entra in gioco Vasuki, il re dei serpenti, gigante quanto il monte Mandara, che sembra proprio fatto apposta per essere la fune del frullatore cosmico.

i deva tengono la coda del serpente, gli asura la testa, e tirano a turno.
oooh issa, oooh issa!
la montagna  inizia a ruotare, prima piano ma, man mano che l’inerzia cede, sempre più in fretta…schiuma, ondate di latte,
oooh issa, oooh issa!
onde sempre più agitate, il vortice intorno al monte Mandara inizialmente è timido, ma via via diviene più profondo,
oooh issa, oooh issa!
tutti sudano faticano in modo inesprimibile.
col progredire del lavoro, il fiato di Vasuki diventa caldo, poi più caldo, poi rovente, una fiatella da paura!
gli asura, che proprio dalla testa lo tengono, maledicono l’ingenuità di essersi lasciati convincere dai deva che l’enorme testa di Vasuki fosse la parte più nobile, e quindi la più ambita, da maneggiare.
il peggio, però, deve ancora venire: infatti il povero Vasuki, così stiracchiato tra testa e coda, inizia a sputare il suo terribile veleno e la prima cosa ad emergere dal frullamento dell’Oceano di latte è proprio il suo temibile miasma, che rischia di contaminare l’Oceano intero, distruggendo tutto il suo contenuto e avvelenando tutti, deva e asura compresi.
e adesso?
tutto è perduto?

i deva chiedono a Shiva aiuto e protezione dato che, in quanto distruttore, è l’unico che possa salvare la situazione.
il mestiere di una divinità è di ascoltare le preghiere e assecondare le richieste che le vengono rivolte e Shiva, che sa fare il suo mestiere, usa l’unico modo possibile per esaudire la supplica: si respira da solo tutto il veleno, trattenendolo in gola. 
non rimane totalmente incolume, però, Shiva.
assorbire il miasma perché il mondo possa esistere gli lascia un segno indelebile, e la sua gola diventa, per sempre, blu.

ma i guai, si sa, non arrivano mai da soli.
nemmeno il tempo per tirare un sospiro di sollievo (tutti meno Shiva), e ci si accorge con terrore che il monte Mandara sta inesorabilmente affondando...

[continua]

sabato 4 maggio 2013

la nascita di Durga, ovvero dell'integrità

Ci sono concetti semplici, banali, facili facili, ma ogni tanto li voglio onorare richiamandoli, perché sono anche fondamentali.
Per come la vedo io (per fortuna non sono sola!), ciascun individuo è un insieme complesso e organico di energie.
Spesso le qualità energetiche che ci abitano sono complementari (attenzione, non opposte, non in lotta, perché sennò ci si pensa a pezzi, frantumati, disintegrati, e questo genera sofferenza).
Ad esempio ciascuno ha dentro di sé, e non tanto per dire, qualità energetiche Maschili e Femminili.
Il che è estremamente diverso dall’equazione, così radicata, che uomo = Maschile e donna =Femminile.
Intellettualmente ci arriviamo quasi tutti, magari dopo una perplessità iniziale, ma è necessario sentirlo nelle viscere come verità incarnata, sennò si vive costantemente negando una parte di noi stessi e in lotta col mondo circostante.
Basterebbe, ogni tanto, ricordarsi che arriviamo tutti da un ovulo e uno spermatozoo, perché le qualità cui si fa riferimento qui sono quelle lì, i primordiali.
Nell’incontro col mito che narra la nascita di Durga e della sua lotta col demone Mahisasura, è bene tener lo presente.

[per la cronaca, le storie indiane sono un intrico stretto, si annodano le une con le altre in disegni complessi e fitti come una selva.
L'inizio di un mito si trova nel fondo di un altro mito, la fine si trova nel mezzo di altre storie.
E' un bellissimo fiume, enorme, inarrestabile, colorato e denso di personaggi e vicende.
Raccontare una storia indiana costringe a scegliere un momento in cui farla iniziare…]

Inizia tutto con un demone particolare, figlio di una bufala e di un altro demone, il demone/bufalo Mahisasura.
Lo dico subito: a me, Mahisasura è simpatico.
Nelle storie indiane raramente si percepisce una spaccatura buoni-cattivi netta, è difficile identificarsi soltanto con la parte luminosa, lasciando ad altri quella oscura. E a me lui fa un po’ tenerezza.
Il demone/bufalo ha tutte le sue ottime ragioni per essere arrabbiato con le divinità, ma questa è un’altra storia; noi, qui, lo troviamo già furioso e pronto per una vendetta-tremenda-vendetta.
Mahisasura ha meditato seriamente per lunghissimi anni, e alla fine Brahma, il dio dell’inizio, gli è apparso, compiacendosi per il suo impegno e concedendogli la realizzazione di un desiderio.
[infatti la divinità fa sempre il suo mestiere: esaudisce i desideri di chi la prega, sia uomo, demone, animale o un’altra divinità meno potente. Non può fare altro, è il suo compito...anche questa storia ci esorta a fare attenzione a ciò che desideriamo!]

Mahisasura chiede il dono dell’immortalità.
Fatto sta che si tratta dell’unica cosa che nessuno può proprio concedergli, infatti le stesse divinità hanno dovuto lottare duramente per conquistarla (ma, anche questa, è un’altra storia).
Brahma glielo spiega, e Mahisasura corregge il tiro: “chiedo di essere invincibile per tutti i demoni, gli uomini e gli dèi”.
Me le immagino, le facce di Brahma, che nell’iconografia tradizionale ne ha quattro (anche se, all’inizio dei tempi, ne aveva cinque e per una faccenda di gelosia ne perde una, ma questa è un’altra storia ancora), nell’ascoltare la richiesta del demone/bufalo.
Avrà previsto in che razza di guaio stavano per cacciarsi i tre mondi?
Dopotutto, però, un desiderio da esaudire è pur sempre un desiderio da esaudire…
E Brahma non può fare altro che il suo mestiere: concedere.
Da quel momento in poi la situazione degenera.
Mahisasura conquista tutti i territori degli uomini, e i suoi eserciti giorno dopo giorno diventano più forti, spaventosi e coloro che combattono sotto i suoi vessilli più numerosi.
Conquista anche tutti i regni del mondo dei demoni.
Quando le divinità vedono le sue orde avvicinarsi al proprio mondo, la paura serpeggia tra loro.
Chi mai potrà fermare il declino dell’universo?
Si riuniscono in consiglio.
Le tre divinità principali, Shiva, Visnu e Brahma (che nelle lotte  tra dèi e demoni stanno un pochino sopra le parti, e solo in casi estremi intervengono a supporto dei deva), sono sempre accompagnate dalle loro controparti femminili: Uma/Parvati/Kali per Shiva, Lakshmi per Visnu, Sarasvati per Brahma.
Nel bel mezzo della riunione, le tre Dee si uniscono, e si concentrano, emanando la loro quintessenza, e creano un’altra Dea: una creatura incantevole, favolosa.
Così nasce Durga: bellissima, sorridente, ingioiellata, con una coiffeure perfetta, i ricci ordinati e lo sguardo dolce e fermo.
Incantati da tanto splendore e capendo l’antifona, tutte le altre divinità le regalano ciascuno la propria arma: Shiva il tridente, Visnu il chakra (il disco da guerra, una specie di freesbee micidiale), Indra il fulmine e via via armeggiando.
Alla fine Durga ha qualche decina di braccia (trentatré!), ogni arto armato di un’arma divina.
L'equipaggiamento non è completo senza un veicolo che la trasporti: e cavalca un leone, Durga.
Un felino spaventoso, enorme, che con un ruggito scombussola la terra e il cui passo fa cadere le montagne.
La Dea parte, sola sul suo leone, per la battaglia.

Ci mette un battito di ciglia per sgominare gli eserciti immensi e le orde di demoni di Mahishasura.
E quando lui la vede arrivare, probabilmente capisce da subito l’errore fondamentale commesso quando ha espresso il suo desiderio di invulnerabilità presso Brahma; ormai è tardi, e non gli resta che combattere.
Nella lotta, Durga è impassibile, non le si scompone nemmeno un ricciolo dell’acconciatura.
Il demone/bufalo cambia continuamente forma, da quella umana a quella di bufalo, finché Durga si  spazientisce e lo inchioda proprio col tridente di Shiva, esattamente nel momento del passaggio da una forma all’altra.
Mahisasura è distrutto, i suoi eserciti sconfitti, e la pace torna a regnare nei tre mondi.

Mi ha spesso stupito che alcuni uomini, all’udire questo racconto, lo abbiano interpretato come “la distruzione del Maschile”.
Certo, identificarsi con Durga è facile per le donne, identificarsi con Mahishasura lo è per gli uomini.
Un po’ troppo facile. E se si superasse l’apparenza?
Mahishasura nel chiedere di non essere sconfitto né da dei, demoni o uomini, ha tralasciato il Femminile: non lo conosce, quindi non lo considera. Ed è la mancata integrazione di questa qualità energetica a perderlo.
Ecco, nelle nostre confusioni personali facciamo la fine di Mahisasura quando non consideriamo, perché non le conosciamo, alcune parti di noi.
Quindi no, per me non si tratta di una storia che narra la distruzione del Maschile.
E' un monito, per tutti coloro che hanno la pazienza di ascoltare i miti e di ascoltare se stessi, a non fare lo stesso errore di Mahishasura.

Il demone/bufalo mi è simpatico, l’ho detto subito; forse perché mi ricorda Asterione, il Minotauro richiuso nel labirinto di Minosse, anche lui mezzo sangue, figlio di una regina e di un toro, anche lui sconfitto grazie a una dea, Arianna (beh, lei diventerà déa solo dopo essere scappata da Creta, ma anche questa è un’altra storia).
Mi è simpatico perché fa un sacco di fatica per ottenere la realizzazione di un desiderio ed è grazie al suo scivolone che la dea Durga ha l’occasione di nascere.
In fondo sono i nostri momenti di crisi a portare a galla le parti inaspettate, numinose, che ci abitano.

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