giovedì 17 ottobre 2013

di abiti e altre amenità - ovvero tre episodi di cambiamento corporeo (episodio 2)


"se trattengo il fiato per tutto il matrimonio, potrei anche riuscire a non far saltare le cuciture”, dici, perplessa.         
E' avanti con l’età e sorride, in quel suo salotto pieno di mobili scuri troppo grandi e centrini di pizzo sotto foto in cornice, a decine, di tutte le cerimonie familiari degli ultimi quarantanni, comprese le cresime dei nipoti dei secondi cugini o giù di lì.  Sei appena entrata eppure tutto ti è noto, come se fossi andata a trovare una prozia un po’ matta che vive lontana (invece sei a meno di cinquecento metri da casa tua).


Armeggi in apnea con la lampo per liberarti dalla morsa dell’unico Abito da Cerimonia che possiedi.
“la giacca”, aggiunge lei, ridendo apertamente “non dovrai mica metterla, vero?”

Somiglia davvero alla tua vecchia prozia, forse perché fa la sarta anche lei.
In quel momento sai con sicurezza che conserva diligente i buoni sconto del supermercato, fa dello zabaione buonissimo e troverà magicamente il modo di farti respirare in quello stesso abito che poco prima ti soffocava, frutto di un incauto acquisto di oltre due anni or sono: quella volta era il matrimonio numero tre di una tua amica e tu pensavi non fosse opportuno stare nell’album di nozze con lo stesso abito dei matrimoni numero uno e due.
Avevi deciso un investimento; ci avresti giurato di usarlo, quel vestito, in tutte le numerose occasioni di cui la fantasia aveva improvvisamente farcito la tua vita mondana (che, per la verità, somiglia piuttosto a quella di una novantenne in coma), ché certe spese una non le fa mica a cuor leggero, deve giustificarsele.
Durante l’ultimo, delirante trasloco, eri anche miracolosamente riuscita a conservare il prezioso Abito intatto, riservandogli le cure che si dedicherebbero a un bebé in uno tsunami, per dire. 

Nel tempo, comunque, avevi già notato nei tuoi vestiti l'antipatica tendenza a stringertisi sulle spalle (e tu per vestiti intendi acquisti occasionali strettamente necessari a non insegnare Yoga con maglie bucate).
Davi la colpa alla scarsa qualità del materiale, cavolo, due passaggi in lavatrice e si stringono subito… non che ti sia mai curata chissà quanto dell’abbigliamento e quando l’unica cosa che ti spinge a entrare in un negozio è il prezzo sul tavolo dei rimasugli di fine stagione (di almeno cinque anni prima), la tua logica ti porterebbe a credere che un abito di un buon materiale, quell'Abito, non ti tradirebbe mai, ché la spesa è, sicuramente, valsa la pena.

Per quasi tutte le illusioni arriva il giorno di infrangersi e questa si è frantumata a pochi giorni dalla seconda occasione di indossarlo, a distanza di quasi tre anni dalla prima (e a conferma della scarsa mondanità che ti contraddistingue), quando hai prudentemente pensato di riprovarti l’Abito.

Indossarlo per la seconda volta mi ha spedita dritta in Via col Vento e la prima cosa che mi sono detta, mentre incredula cercavo di chiudere la cerniera, è stato “mai più cioccolata”.

Non sono ingrassata, però; è qualcosa di diverso.
E' il mio torace che ha preso spazio, sicuramente più di quello che avrei mai immaginato.
Con tante scuse alle grandi catene di rivendita di vestiario (che pure altre e molte colpe hanno),  è lo Yoga che, quatto quatto, mi ha aperto il respiro.
Questo allargamento di spalle e torace mi costringe a “pensarmi” diversa, più larga, più “spessa”.

E a benedire la sarta sotto casa.
[inizia qui, continua qui]

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