venerdì 19 ottobre 2018

Mudra: ovvero, le mani sanno tutto #3 parte - Prithvi Mudra

Il Sigillo della Terra: ecco qui un Mudra davvero stupendo!
Si fa così: seduti comodamente, nella nostra postura 'felice'
Le mani sono appoggiate  con i palmi rivolti verso il cielo; anulari e pollici si toccano, mentre le altre dita restano allungate (NON ‘tese’, non troppo ‘molli’, semplicemente allungate). 
Ecco, siamo in Prithvi Mudra: il sigillo della Terra.
Come per ogni Mudra, la cosa fondamentale è la qualità di attenzione che si sviluppa.
Come per ogni Mudra, si chiudono circuiti elettrici, si contattano qualità sottili...

Sapete  perché si chiama così? 
Perché è dedicato all'energia di Prithvi, la Terra, la nostra energia fondante.
Potremmo essere facilitati nel sentire meglio la portata di questo Mudra, se conosciamo anche il mito che sottendeQUI. 
Esattamente come nella storia, questo Mudra aiuta a raccogliere le energie che ci sostengono: la connessione con la vitalità, con le nostre potenzialità, il contatto con la forza vitale.
La stabilità.
La sicurezza.
Collegandoci a Prithvi, richiamiamo tutte le qualità della Terra, compresa la forza dei tessuti del nostro apparato muscolo scheletrico, dei nostri visceri.
Perché, se è vero che senza Terra non ci può essere altro, è anche altrettanto vero che con una buona energia vitale la qualità del nostro cammino nel quotidiano diventa più intensa, colorata e bella.

giovedì 18 ottobre 2018

le avventure della Terra e del Cinghiale - ovvero Prithvi e la Stabilità


In questa storia indiana ci sono rapimenti, discese in fondo all’Oceano di prima dell’inizio  salvataggi, lotte titaniche; in questa storia c’è, anche, una stabilità acquisita...
È mai capitato a qualcun’altro? 
Toccare il fondo’ (che per ciascuno ha una sfumatura differente), risalire, trovando stabilità, una saggezza diversa, una visione allargata, una pazienza rinnovata?
Ecco, la storia è questa.

Non è un caso se i miti indiani, spesso, iniziano con un Asura = demone: infatti gli Asura non sono mica, banalmente, brutti-malvagi-cattivi (o, almeno, non sempre, come saremmo invece portati a pensare quando traduciamo il termine con ‘demoni’). 
Essi sono le qualità energetiche che stanno nell’ombra, al buio: e dunque quelle sconosciute
Il primordiale timore del buio – anche se fingiamo, dignitosamente, di averlo superato fin dai tempi lontani dell’infanzia – è legato al fatto che ignoriamo cosa ci sia lì, nascosto nelle tenebre. 
Magari c’è qualcosa  di sorprendente, potrebbe trattarsi di un incontro utile alla nostra crescita. 
Per questo mi piace che le storie inizino con un Asura: iniziano con una sorpresa.
Questa storia non fa eccezione.

L’Asura si chiama Hiranyaksha, che significa Occhio-d’-Oro; la madre di Occhio-d’Oro è Diti, la Madre Cosmica, mentre il padre è Kashyapa, il primo dei Rsi, i veggenti: il capostipite, così antico che, a quanto pare, da lui discendono i Deva (Dei), gli Asura (anti-dei, ombre), i Naga e l’umanità tutta.

Insomma Dei e Asura sono tutti figli dello stesso padre, e sono in costante lotta tra loro. Come nel simbolo del Tao, ombre e luci danzano, e dalla loro danza emergono energie diverse, colori differenti...nessuna delle due può prevalere definitivamente sull’altra, altrimenti la Vita, che è movimento, è vibrazione, avrebbe termine...

Com’è possibile che il figlio di una coppia simile sia un Asura, oltretutto parecchio malvagio?
Pare che, in un’incarnazione precedente, Occhio-d’Oro e il suo fratello gemello (Asura quanto lui) fossero i guardiani della dimora celestiale di Visnu, il conservatore della Vita (apparirà tra poco come Cinghiale Cosmico, in questa  storia); e quando alcuni veggenti si presentarono, chiedendo di incontrare Visnu, loro come custodi della tranquillità di Visnu glielo impedirono [come farebbe qualsiasi brava guardia del corpo degna del proprio incarico, eh!]. 
I veggenti non la  presero bene: infatti, li maledirono.
Dovete sapere che le maledizioni dei veggenti facevano paura a tutti perché erano implacabili
Stavolta, ai due guardiani tocca di rinascere Asura
Comunque sia, da Diti, la Madre Cosmica, nascono Hyranyakasha, Occhio-d’-Oro, e suo fratello, Vestito-d’-Oro.
Mi ha colpito, questo dettaglio dell’occhio d’oro.
Gli occhi d’oro sono soprannaturali, evocano super poteri
Un modo diverso di guardare il mondo.
Nella mitologia classica pare che la maga Circe, quella, per intenderci, che trasformò i compagni di viaggio di Ulisse in maiali, avesse occhi d’oro (e anche in quella vicenda ci sono superpoteri, occhi d’oro e maiali, cioè una versione più domestica e ben educata del cinghiale che sta per arrivare).
È chiamato Occhio-d’-Oro pure un altro personaggio della mitologia indiana, Kubera, che è il custode dei tesori: pare infatti che, una volta, avesse affermato che il denaro può comprare tutto, così la Dea gli tolse un occhio, incitandolo a rimpiazzarlo. 
E, lui, con cosa lo fece? 
Esatto, si mise un occhio d’oro!. 
Così uno dei suoi molti nomi è Ekaksipingala che vuol dire quello con l’occhio d’oro, o giallo.

Tornando al 'nostro' Occhio-d’Oro, l’Asura, lui i superpoteri non li ha, non dall'esordio. 
Ma sa bene come procurarseli: armato di incrollabile pazienza, decide infatti di praticare austerità rigidissime, dedicandole a Brahma, l’Iniziatore della Vita. Il dio, dopo anni e anni di preghiere, gli appare e gli concede la realizzazione di un desiderio.
Infatti, come ben sappiamo, il mestiere del numinoso è, una volta invocato correttamente, di esaudire i desideri e rispondere alle preghiere. Anche se sei un Asura...
Occhio-d’Oro chiede e ottiene di dominare l’intero mondo; in particolare ottiene che nessun animale elencato lì per lì, di fronte a Brahma, abbia mai il potere di ferirlo o ucciderlo. 
Il fatto è che si dimentica di nominare un solo animale: indovinate quale?
Infatti.

Occhio-d’Oro inizia subito a creare scompiglio, saccheggiando ogni cosa di valore dalle creature del mondo, inclusi i testi sacri indiani. Sfida perfino a duello tutti i semidei, uno ad uno, ma nessuno di loro accetta. 
Decide allora di trascinare Prithvi = la Terra, nel fondo dell’Oceano primordiale, e di tenerla prigioniera lì; ma, quando manca la Terra, cosa succede? 
La Vita non riceve sostegno, si spegne, resta spazio solo per l'immobilità e la morte!
Come sempre, quando la Vita stessa è in pericolo, quando l’universo è al punto di collasso, deve per forza intervenire Visnu, che perlappunto di mestiere fa il Conservatore della Vita: lui è quello che arriva e salva nelle situazioni più critiche.
Stavolta prende la forma di un cinghiale, che era l’animale scordato da Occhio-d’Oro nel suo elenco: inizialmente, Varaha il Cinghiale esce dalle narici di Brahma (l’Iniziatore della Vita, e anche, in fondo di questa storia) come una piccola bestiolina delle dimensioni di un’insetto, ma inizia subito a crescere.  
Diventa grande come un elefante, e cresce ancora, ancora, fino a diventare come una montagna, finché il suo corpo immenso occupa tutto lo spazio tra  la terra e il cielo.
Il Cinghiale Varaha si tuffa nelle profondità dell’oceano, per salvare Prithvi
Ovviamente incontra Occhio-d’Oro, che gli si para davanti e non ci pensa nemmeno di lasciare Prithvi libera; il loro combattimento dura mille anni, finché il Cinghiale, finalmente, distrugge  Occhiod’Oro. 
Riporta Prithvi, la Terra, a galla: e le acque primordiali, mentre la Terra e il Cinghiale risalgono in superficie dalle profondità più oscure dell’oceano, vengono agitate da onde enormi, mulinelli, cascate...quando tutto si placa, il Cinghiale Varaha distende la Terra, Prithvi, ben bene, modellando montagne e continenti, in modo da renderla nuovamente abitabile.
D’altronde ‘Prithvi’ significa ‘estesa’, ‘distesa’. 
È il principio di fertilità, la fonte di ogni vegetazione, ed è la stabilità, e il sostegno degli esseri viventi.
Lei è paziente come nessun altro, e porta sul petto il peso di tutto ciò che vive. 
Il Cinghiale, di fatto, rappresenta la rinascita della Terra.

Se siete arrivati fin qui, forse vi sarete accorti anche voi che questa storia ha qualcosa di noto, come quando ci presentano qualcuno che, con certezza, non conoscevamo prima, ma ci pare familiare...
Se vi è capitato con anche con questo mito indiano (e non solo col cugino del vostro vicino di casa), potrebbe dipendere dal fatto che, nella mitologia classica occidentale, c’è una storia affine, con dentro il rapimento di una dea verso luoghi sotterranei, il recupero della dea stessa, un cinghiale...è il mito di Demetra/Persefone, rapita da Ade nell’oltretomba; anche qui la Vita è in  pericolo, e uno degli animali attribuiti a Demetra è proprio il cinghiale.
Certo, nel mito indiano c’è una lotta tremenda, mentre in quello greco manca lo spargimento di sangue, manca Occhio-d’Oro. Perché Ade dell’oltretomba, delle oscurità, delle aree  sconosciute, del buio, è potentissimo e non ce lo sogniamo nemmeno di poterlo distruggere. Il mito greco trova un compromesso: dice che periodicamente la Dea deve tornare a regnare le zone oscure, e periodicamente risalire. Ade, in pratica, è un'energia molto più definitiva rispetto a Occhio-d'Oro (ha già i superpoteri, lui, non ha bisogno di procurarseli): con una qualità simile, si può solo negoziare, mica si può pensare di annientarla!

Prithvi è l’essenza dell’elemento Terra. È ‘colei che sostiene ogni cosa’: infatti nell’iconografia è rappresentata seduta su una piattaforma quadrata (= simbolo della stabilità e della terra), sorretta da 4 elefanti, che sono i 4 angoli del mondo. Può avere due o quattro braccia; spesso è rappresentata con del grano o  frumento in una mano, esattamente come le rappresentazioni di Demetra, e una delle mani è sempre in Abhaya Mudra, che è il gesto simbolico, Mudra, 'che scaccia la paura'; l'altra è in Varada Mudra, il gesto 'del dono'.
E cosa c'è di più rassicurante della Terra che ci dice 'Non aver paura, ti darò quello che ti serve'?

Per questo Occhio d'Oro e Ade sono comunque simili: se non ci fossero loro, nelle due mitologie affini eppure differenti, non potremmo sapere che i 'mondi' possono comunicare, che si può finire nell'oscurità dell'Ade o del fondo dell'oceano.
Se non ci fossero loro, non sapremmo che, capitasse mai di perderci nel buio, di toccare il fondo, beh da lì si può risalire
Che possiamo attivare le energie che ci salvano (con un lotta pazzesca, oppure con una negoziazione).
Che, alla fine, Prithvi, la Terra, sostiene sempre tutti gli esseri viventi e quindi anche noi, se solo ci autorizziamo a lasciarci sostenere, ad avere più fiducia nel movimento  della Vita.

Come mai proprio il Cinghiale? [continua...]

mercoledì 3 ottobre 2018

Mudra: ovvero le mani sanno tutto #2 parte - Anjali Mudra

QUI l'introduzione.

Il mio Mudra preferito, e mi piace inserirlo per primo, si chiama Anjali Mudra, che significa Gesto dell’Offerta.

[Anjali, per la cronaca, è anche un bellissimo nome di battesimo]
Iniziamo, a  partire dalla nostra postura 'felice', unendo i polpastrelli delle dita davanti al cuore, piano, senza 'schiacciare' troppo. 
Poi le dita, poi i palmi.
Facciamo attenzione a mantenere le spalle rilassate: infatti le mani stanno unite con facilità, non è necessario spingere.
Se utilizziamo la giusta tonicità (= non troppo, non troppo poco, vedi sopra...), allora percepiremo la chiusura del circuito elettrico del canale del cuore.
Tra un palmo e l'altro c'è uno spazio microscopico ma denso, e se saliamo con l'ascolto lungo le braccia, potremo percepire  lo spazio potente e dolce del cuore.

Amo questo Mudra soprattutto perché è un gesto di presenza; in larghissima parte del mondo è un gesto di saluto: e quando salutiamo qualcuno, stiamo dicendo 'sono qui, adesso, sono presente per te'.
In altri luoghi del mondo è un gesto di preghiera: e cos'è la preghiera se non essere presenti alla divinità, al numinoso?
Presenza al centro: mano destra e mano sinistra unite al centro, uniscono passato/futuro, uniscono maschile/femminile ecc.

È un gesto intensissimo nella sua semplicità.
Può essere praticato di per se stesso stando seduti o in piedi; chi pratica abitualmente Asana (che sono le forme, le posizioni, dello Hatha Yoga), lo troverà a incorporato anche , ad esempio, in Vrksasana (la posizione dell'albero).

I benefici di questo Mudra sono moltissimi; trovo che l’aspetto interessante di ciascuna esperienza sia l’aspetto personale: il margine individuale, ciò che il singolo Mudra porta a chi lo sta praticando, in quel preciso momento.
Detto questo, Anjali Mudra parla dell’offerta: offerta di sé, presenza, e dunque conduce a ‘centrarsi’ e, come sempre quando siamo ‘focalizzati’ su noi stessi, l’ansia si dilegua. Entriamo in contatto con la parte più autentica e bella di noi: quella, appunto, che si offre.
E' un gesto di disponibilità, a se stessi e al mondo.

sabato 29 settembre 2018

Mudra: ovvero, le mani sanno tutto (prima parte)

ph Riccardo Ciriello
Sbarchi dall’altra parte del mondo, India del Sud; in solitaria, e in India non c’eri mai stata.
La prima volta che hai visto quel gesto, quel movimento lì, eri ancora in aeroporto.
L’avevi capito dall’incipit che sarebbe stato un viaggio interessante: hai subito sbagliato coda all’immigrazione e, anziché con gli stranieri, ti sei accorta troppo tardi di essere in quella dedicata agli indiani, perciò  hai trascorso tutta l’ora buona che c’è voluta per arrivare a mostrare il tuo visto nuovo di zecca sperando che al desk non decidessero di mandarti a rifare la coda dalla parte corretta.
Al tuo turno l’addetto ti guarda, ondeggiando la testa a destra e sinistra.
Pensi caspita, nemmeno il tempo di sbarcare e già sono nei guai, perché ti è immediatamente chiaro che, qualsiasi cosa significhi, quel gesto lì, non promette niente di buono; invece lui ti ha piazzato il timbro sul passaporto e via, sei uscita.
Hai pensato che l’addetto avesse il Parkinson.
Quando hai visto che anche l’usciere della guest house, la cameriera del ristorante e l’omino che vendeva banane al chiosco ambulante oscillavano la testa, hai sospettato che potesse essere qualcosa di diverso da un’epidemia di Parkinson.
È un modo di assentire, ringraziare, riconoscere che sei lì, presente, stare nel ritmo delle parole che si dicono e che si ascoltano. 
È una comunicazione gestuale.
Che poi sono italiana e proprio noi italiani, con la gestualità, abbiamo un rapporto che definirei privilegiato.
Non solo movimenti della testa, ma delle mani, le mani soprattutto: sono la nostra specialità.
Gesticolare fa parte integrante nostro modo di sentire, e di comunicare
Proprio come in India.

Proprio come nell’arte
Una delle raffigurazioni pittoriche super antiche che preferisco si trova in una grotta in Argentina e risale a una cifra di anni fa - e mai ‘cifra’ è stato più adatto. Indovinate cos’hanno rappresentato, quegli autori paleolitici?
Esatto, mani. 
Una foresta di mani, oltretutto, che toglie il fiato da quant’è bella.
Cuevas de las  manos - Argentina

Nei dipinti, negli affreschi, nelle icone a tema religioso, nei mosaici, nelle sculture, insomma in qualsiasi raffigurazione soprattutto a tema religioso, la rappresentazione delle mani ha un significato preciso: le mani sanno tutto, insomma.
In India queste posizioni delle mani, delle dita, dei piedi, degli occhi, della testa, della lingua, si chiamano Mudra, che significa "sigillo" o "gesto simbolico”.
Sono fondamentali nella danza classica (bharatanatyam, kathakali), nel teatro, nella raffigurazione delle divinità rappresentate nei templi, che siano induisti o buddisti.
Anche nello Yoga ci sono i Mudra.
Avete presente quelle immagini che ritraggono solitamente una fanciulla, seduta a gambe incrociate con i pollici e gli indici delle mani che toccano formando due piccoli cerchi? Foto così vengono utilizzate per venderci di tutto, dallo yogurt a un viaggio in Sicilia.
Ecco ad esempio quel gesto lì delle mani, quello è un Mudra; nello specifico si tratta del sigillo detto della consapevolezza (cit) o della conoscenza (jnana).
Nello Yoga, i Mudra sono potenziati: alla forza del messaggio simbolico, si unisce l’energia derivante dalla chiusura dei ‘circuiti elettrici’ dei canali energetici.
Sono uno strumento formidabile per la meditazione e per la salute.
Pronti a sperimentare?

Qui tratteremo degli Hasta Mudra, che sono i Mudra delle Mani.
Prima di iniziare 
Un aspetto veramente importante nei Mudra delle mani, spessissimo trascurato, è che ciascuno trovi la propria 'qualità di pressione', perché se premiamo troppo le dita tra loro percepiamo la forza brutalmente muscolare, e ci perdiamo la sensazione sottile della chiusura dei circuiti energetici; va da sé che se la pressione è troppo labile, ci perdiamo ugualmente le percezioni sottili.
L’invito, in questa pratica potente e così semplice da poter apparire banale, è sempre di trovare il proprio, personale, ‘tocco’.

Un altro elemento fondamentale, lo esplicito anche se  ovvio, è che quasi tutti i Mudra delle mani si praticano seduti, o in piedi: trattandosi di ‘ascolto sottile’ è necessario che la posizione, seduti a terra, su un cuscino, su una sedia, in piedi...qualsiasi essa sia, sia ‘felice’, ci faccia sentire bene: perché che razza di ascolto profondo può esserci se stiamo soffrendo per dolori atroci alle articolazioni, al dorso, e ci sentiamo infelici?

Quindi: postura felice e...via! 
(continua)

venerdì 27 ottobre 2017

Il figlio del monsone - Ganesha (seconda parte)

[prima parte QUI]
D'altronde, come diceva una mia saggia antenata, c'è sempre (almeno) una soluzione, e Shiva lo sa bene!
Ordina ai suoi attendenti, I Gana, di andare a cercare una testa per sostituire quella decapitata al fanciullo.

Nella versione più diffusa del mito si narra  che i Ganapresi dall'affanno di obbedire all'istante, portassero a Shiva la testa della prima creatura incontrata: un elefante, appunto, dato che Shiva è uno che può permettersi di ordinare una testa, così, senza specifiche...

La versione che preferisco io, invece, è quella in cui Nandi, il toro bianco cavalcatura di Shiva, vaga coscienziosamente per i tre universi perché non basta una testa qualsiasi, deve trovarne una adatta a stare sul corpo del figlio di Parvati!
Ed è quando incontra Airavata, l’elefante emerso all’inizio dei tempi dal frullamento dell’oceano di latte [un'altra storia, raccontata QUI] che la ricerca ha termine: Airavata non è mica un elefante qualsiasi, infatti. 
Non solo è nato dall’oceano cosmico di prima dell’inizio, quindi è blasonato, ma aveva il compito di portare l’acqua dal sottosuolo al cielo, dove Indra, che per l'appunto è il dio del cielo, l’avrebbe fatta piovere sulla terra.
La testa di Airavata conferisce a Ganesha la connotazione di abbondanza e fertilità che lo caratterizza, e forse per questo è la versione che mi piace di più. Per questo, e perché adoro quando i miti si incrociano...

Solo quando Ganesha è completo, con la testa dell’elefante - che sia Airavata o un elefante qualsiasi - sul corpo di fanciullo, che diventa a tutti gli effetti il figlio del monsone.
Così, Vinayaka diventa Ganesha, nato-due-volte, completo, integrando le energie di Parvati, la Dea che lo ha creato, e di Shiva, il Dio che lo ha ri-creato.
La sua cavalcatura è - come sa bene la signora di quell’internet café a Varanasi - un topolino: i topolini si intrufolano ovunque, sono incontrollabili, non conoscono ostacoli.
Esattamente come Ganesha.

IL PUNTO DI VISTA DEGLI OSTACOLI
Ganesha significa ‘leader dei Gana’, che sono gli attendenti di Shiva, gli squatters del monte Kailash [descritti QUI].
Non fanno del male, ma fanno paura, tanta paura: mettono alla prova, noi e il nostro coraggio. 
Ma Ganesha è Vinayaka, e i Vinayaka sono un gruppo di demoni molesti che creano difficoltà: insomma Ganesha, a dispetto del suo aspetto tenerone e gentile, del suo ventre tondo e dell’atteggiamento innocuo, è un’energia potentissima!
Infatti è colui che pone ostacoli, ove necessario; è colui che li rimuove, ove utile; un Giano Bifronte orientale, un 'allenatore' spirituale, la raffigurazione perfetta del guru interiore [se n'è parlato, tra le altre cose, QUI].

Ha senso quindi invocarlo quando arriva un cambiamento, un inizio, un movimento: nel gioco degli ostacoli, ci svela la fiducia nel movimento cosmico della Vita.

venerdì 25 agosto 2017

Flessibilità, sostegno e altre avventure (della Colonna Vertebrale)

[Laura Magni è una giovane ricercatrice, una scienziata creativa, una yogini attenta e sono sempre felicissima quando si iscrive ai ritiri Yoga. Perché 'lavorare' con persone che si mettono in gioco e si autorizzano a 'sentire' e a seguire le percezioni è una grande ricchezza e , forse, uno dei motivi per cui insegno Yoga.

Questo piccolo ma efficacissimo feedback si riferisce a questo ritiro QUI]

Ti voglio ringraziare molto per questi giorni, per questo approccio al Corpo che mi (e ci) hai permesso di esplorare, così non forzato e allo stesso tempo estremamente presente
Stamattina nella mia pratica il piacere ha sostituito lo sforzo e la fluidità del Corpo ha risuonato lungo tutta la colonna, in ogni cellula

Il giorno dopo il ritiro è per me il più ricco, per la mia crescita, perché è come se durante la notte, e nel partire e tornare alla realtà più quotidiana, i microaggiustamenti e la forma dei cambiamenti trovino il posto nel Corpo, si facciano spazio e si adagino..si integrino, direi.
Pronta per continuare con questo sentire più esaltato e un contatto più integrato! 
A presto cara, incredibile Laura.
L. Magni

sabato 8 luglio 2017

Essere Corpo - ovvero la prospettiva del Corpo, i Guru e la luna piena (di luglio)

Oggi è luna piena.
È luglio e, dunque, l'ardita osservazione è che si tratti della luna piena di luglio.
La luna piena di luglio in India è una luna piena speciale e vabbé che, come mi ha fatto notare un amico ieri sera, l'India è innegabilmente dall’altra parte del mondo, ma resta pur sempre terra natia dello Yoga (nonché, per me, luogo dell’anima e un poco mi si è spaccato il cuore quando, alla chiusura della stagione dei corsi settimanali, con occhi grandi di entusiasmo mi si è chiesto ‘allora, vai in India quest’estate?’, perché no, non ci vado. C’ho alcuni bellissimi ritiri fino a settembre, per fortuna: mi consoleranno), comunque dicevo in India è la Luna Piena dei Guru: d’ora innanzi Guru Purnima.
E questa festa può avere un significato denso anche per noi, da questa parte del mondo: perché Guru Purnima è dedicata agli insegnanti; Gu-ru: ovvero chi rimuove ‘gu’, l’oscurità e porta ‘ru’, la luce.

Quelli che ci hanno cambiato la vita.
Quelli che hanno creduto in noi, che hanno dedicato la propria generosità a condividere la loro visione, perché poi noi potessimo trovare la nostra strada, il nostro Guru interiore, che alla fin fine, sia detto, è l’unico che veramente conta.
Guru Purnima è una festa dedicata nello specifico a un veggente che adoro: si chiama Vyasa, secondo la tradizione ci ha tramandato veramente un sacco di cose bellissime e, soprattutto, ha dettato il Mahabharata a Ganesha (QUI la prima parte della storia di Ganesha e, col suo aiuto, magari a breve avrò modo di scrivere la fine di quella storia lì e, se proprio mi assiste, anche le vicende che lo hanno portato a collaborare con Vyasa per la stesura del Mahabharata, appunto), che è il mio poema epico preferitissimo.
Insomma, Vyasa è il mio eroe e non si può proprio evitare di pensarlo quando arriva Guru Purnima.

Oltretutto alcuni giorni fa, per una serie di coincidenze che mi hanno colta di sorpresa mentre organizzavo tutt’altro nel weekend incipiente, ho trascorso alcune ore a Venezia, tra un vaporetto e l’altro, assieme a Gabriella Cella, la maestra con la quale ho studiato per quattro anni. 
E certamente lei, a suo tempo, ha creduto in me quando ero molto giovane (e nemmeno davo garanzie, vista l’età, gli studi all’università e un precariato lavorativo - per l’epoca - incredibile, di portare a termine la scuola, dato che 4 anni possono essere lunghi e tosti per chiunque).
A distanza di tanto tempo, stare assieme su quei vaporetti ci ha lasciato una grande gioia e l'innegabile sensazione di essere sempre state vicine, a prescindere.
Insomma di Guru Purnima dovevo proprio scrivere, ecco, perché una festività dedicata a chi  ci ha aiutato a crescere ha qualcosa di generoso e forte e vorrei che anche qui ci fosse una festa ufficiale dedicata ai maestri di ogni latitudine.

Il Guru vero, autentico, infallibile, viene evocato dal lavoro coi maestri che ci hanno trovati, ed è interiore.
L’intuito che ci indica la direzione, l’istinto che ci guida nelle scelte.
La luce che brilla dentro.
Per svelarla, beh, ci sono sì, i maestri in carne e ossa.
Ci sono anche le persone ‘sbagliate’, gli incontri che avremmo preferito non accadessero, gli eventi e gli ostacoli che ci hanno permesso di modellarci, di trovare energie nascoste in pieghe insospettate dell’anima.

Proprio oggi, e proprio per onorare i Guru tutti, mi viene da consigliare una lettura.
È un libro che amo, è un testo svelto, scorrevole, scritto in forma di domande e risposte, in capitoli che (se siete pigri oppure curiosi) non serve nemmeno leggere di seguito.
Si chiama Essere Corpo, Tea Edizioni.
L’autore è Jader Tolja, anche lui mio insegnante, di Anatomia Esperienziale.
Parole agili che forniscono punti di vista ‘incarnati’, ché il Corpo è il vero Guru.
Essere Corpo è un viaggio attraverso gli aspetti della vita quotidiana, dal vestirsi al nutrirsi, all’abitare, al muoversi, all’allenarsi, alla salute e perfino alla spiritualità...tutto dal punto di vista del Corpo e della  sua consapevolezza.
A parte le persone che sono abituate a quello che viene chiamato ‘approccio somatico’ e a chi ha già lavorato, ad esempio, con me nello Yoga, che sicuramente troveranno conferme e spunti intelligenti, questo libro farebbe bene anche e soprattutto a chi considera 'corpo' come 'quella parte che sta appesa sotto la testa'.
Come ben sappiamo, queste persone sono la maggioranza.

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