venerdì 28 ottobre 2016

Il figlio del monsone - Ganesha (prima parte)

Gli altri clienti occidentali nell’internet point di Varanasi si irrigidiscono, ci scambiamo occhiate perplesse e allora no, non è stata un’impressione solo mia.
Un topolino, in un lampo, mi è proprio passato vicino e l’istinto di sollevare di scatto i piedi da terra ha avuto la meglio sulla nonchalance da viaggiatrice navigata con cui cerco (maldestramente) di mascherare lo stupore costante che vivo in India, dove il confine tra quello che vedi e ci credi, quello che vedi ma fai fatica a crederci e quello che vedi ed è totalmente incredibile, beh è impalpabile, fai confusione.

Quel negozio minuscolo, con tastiere appiccicose e annessa rivendita di bibite e anacardi, brulica, innegabilmente, di topolini.
Ganesha”, commenta serafica la proprietaria, che lì con marito, tre figli, i pc, le bibite, i sacchetti di anacardi e i topolini, ci vive, puntualizzando quanto sia assurdo il disgusto che una cosa normale come il passaggio del roditore ha evidentemente innescato in noi.
In effetti, la signora ha ragione: Ganesha, il dio con la testa di elefante che rimuove gli ostacoli e benedice ogni inizio (che si tratti di gettare le fondamenta di un edificio, di un viaggio o di un rituale religioso), viene rappresentato sul dorso di un topolino. 
Mi vergogno un po' del mio scatto nervoso, da figlia dell'occidente, che magari l'ha offesa o, peggio ancora!, potrebbe aver offeso Ganesha, ma ogni volta che apparirà un topo, lì o ovunque, so che avrò un riflesso analogo e dunque mi metto in pace.
Anche fuori dall’unica chiesa cattolica che mi è capitato di incrociare nel mio vagare per l’India c’era un microtempio dedicato a Ganesha, in cui i fedeli accendevano incensi prima di entrare e pregare davanti al crocefisso: la benedizione del dio-elefante va chiesta all'inizio, è l'incipit di qualsiasi cosa – compreso il rituale di una religione lontana dall’induismo. 
Non fa una grinza.

È una divinità talmente amata che esiste un numero incredibile di racconti che lo riguardano, sugli esordi in particolare; scelgo la storia più diffusa e divertente.
Ganesha Charthurti è la grande festa annuale dedicata alla sua nascita; ci sono incappata senza averlo previsto, per una di quelle strane sincronicità che rendono la vita interessante.
Così so, per averlo vissuto in prima persona, che la festa dura diversi giorni, che blocca il traffico delle città, che riempie le strade di gente che balla e canta e grida in centinaia di processioni coloratissime che portano rumorosamente a spasso effigi del dio in varie dimensioni, e che coincide con la fine del monsone.

[come sia viaggiare in India nel periodo dei monsoni, beh, è un'altra storia. Basti sapere che l'esperienza conferma la validità delle indicazioni tradizionali dei saggi vagabondi: loro, nei mesi monsonici, a irrefutabile prova di saggezza certa, si fermavano]

I monsoni sono attesi, inevitabili e, soprattutto, sono ambigui: vero che servono per nutrire l'agricoltura e dunque sono benedetti, ma sono pure un periodo infausto. 
Tutto è umido e c’è fango ovunque.
Appena le piogge iniziano a scemare, la terra si copre di verde e porta con sé suo figlio, colui che rimuoverà tutti gli ostacoli nel cammino verso il tempo dei raccolti.
Quel figlio è, appunto, l’amato e potente Ganesha.

I genitori di Ganesha sono Shiva e Parvati, e la loro storia d’amore è già stata narrata QUI.
Parvati è l’energia della Vita, Shiva è il dio dello Yoga e della Danza, il Distruttore.

[Una volta, un curioso mi ha obbiettato ‘Come, il tuo dio preferito è il Distruttore?’
Ebbene, sì. L’energia di Shiva è quella che ci permette di allargare, se non distruggere, le scatolette mentali che ci limitano nella percezione della nostra Interezza. Alcuni le chiamerebbero, queste scatolette, 'ego']

Comunque Shiva è una qualità energetica (da qui in poi: ‘divinità’) molto disponibile: se lo raggiungi.
Non aspetta che tu stia diecimila anni su un piede solo in cima a una montagna, prima di manifestarsi.
Certo, sta sprofondato in meditazione eoni ed eoni, ed è circondato dai suoi Gana, che sono schiere di creature spaventose, gli Hooligans del paradiso. 
Fanno paura, i Gana, sono tanti e bruttini, e se ti avvicini a Shiva senza che il desiderio di abbattere i muri del tuo ego sia veramente profondo, allora ti lascerai spaventare. La guardia personale di Shiva avrà fatto il suo dovere, proteggendo la quiete del proprio signore. Se ti avvicini a Shiva con la dovuta sincerità e non avrai paura, i Gana non ti faranno niente e lui risponderà alla tua richiesta.
Comunque Shiva e i Gana stanno praticamente sempre assieme, tranne quando lui è in meditazione.
Parvati condivide la quotidianità, lassù sull'inaccessibile monte Kailash dove abitano, con Shiva (quando c’è) e coi Gana (tutto il tempo). 
A lei, che assiste costantemente alle prove di fedeltà assoluta dei Gana per Shiva, piacerebbe molto avere qualcuno altrettanto devoto
Inoltre la vita sul tetto del mondo, per quanto amabile nella sua ruvida semplicità, è solitaria. 
Insomma, Parvati vuole un figlio
E Shiva se ne sta a meditare nella foresta, o in una grotta irraggiungibile.
Sicché lei, che è pur sempre a Dea, prende la curcuma che ha usato per strofinarsi la (divina) pelle dopo un bagno, modella un ragazzino e gli dà vita: finalmente ha qualcuno di totalmente suo, il figlio desiderato.
Il fanciullo si chiama Vinyayaka, che suppergiù significa ‘senza padrone, cioè già dal nome è chiaro che la sua nascita è speciale, priva della collaborazione di un padre.
Parvati piazza il fanciullo davanti all’entrata dei suoi alloggi e gli ordina di impedire l'accesso a chiunque.
Quando Shiva ritorna alla grotta della Dea, è sorpreso di trovare un guardiano, mai visto prima, che non lo riconosce e non lo fa passare.
Preservare la calma quando un ragazzino sconosciuto sbarra l’entrata di casa tua e, colmo dei colmi, proclama di essere figlio di tua moglie, è impossibile anche per Shiva.
Non può finire bene.
Il Dio ordina ai suoi Gana di sbarazzarsi del fanciullo.
Nella lotta che segue il ragazzino sorprendentemente riempie di botte i Gana, così lo stesso Shiva, al colmo della rabbia, finisce per decapitare il povero Vinayaka. 

Parvati però, adesso chi la sente?
È furibonda, incontenibile, minaccia di distruggere gli universi e a Shiva risulta chiarissimo che non ci sarà più un solo istante di pace.
Lei chiede, esige, pretende che Shiva le restituisca il figlio.

'Cosa fatta capo ha', si dice, e vale anche nell'ipotesi di decapitazione. 
Quando qualcosa è accaduto, è nel mondo, si può modificare, non cancellare.
Nemmeno Shiva può.

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