mercoledì 22 maggio 2013

l'amore al tempo delle divinità - prima parte (Shiva e Sati)





cosa significa l’amore tra il Dio e la Dea?
che conseguenze ha nella percezione di noi stessi e nel nostro modo di attraversare le esperienze della Vita?
chi è Shiva?
chi è Sati?
chi è Parvati?
cosa c’entrano con lo Yoga, col Tantra?
ecco la storia.

Shiva, il Dio, è il principio Maschile (attenzione, NON uomo, ma principio energetico maschile!).
è un dio strano: sembra un vagabondo, coperto di cenere, seminudo, scalzo, spettinato, con una falce di luna tra i capelli e il fiume Gange che gli sgorga sulla testa (questa, però, è già un’altra storia), adornato con monili di serpenti vivi.
se ne sta eternamente raccolto in meditazione in qualche picco montano, inaccessibile quanto lui.
la Dea, la Shakti, è la potenza, l’energia, è la Vita, il principio energetico Femminile.
facciamo iniziare la storia nel momento in cui Brahma, che per l'appunto è il dio dell’inizio, chiede alla Dea, alla Shakti, di incarnarsi in una donna e portare Shiva nel mondo, nella Vita, distogliendolo dalle sue pratiche ascetiche (le motivazioni di Brahma stanno in un’altra storia ancora).
La Dea accetta e sceglie di nascere al mondo come figlia di Daksha: questo signore è un re arcinoto ed è nientepopodimeno che figlio di Brahma stesso.
Daksha è un fervente e rigoroso adoratore della Dea, e la sua gioia è enorme quando riceve in sogno una visita proprio della Dea in persona, che gli dice “ho scelto te e la tua sposa come genitori, mi incarnerò nel grembo di tua moglie. sarò vostra figlia ma, attenzione: non dimenticarti mai che anche come tua figlia, sarò pur sempre la Dea. trattami con rispetto perché, se non lo farai, me ne andrò immediatamente”.
non fa fatica a promettere, Daksha.

così nasce Sati, la Dea incarnata.
è una spettacolare principessa, una meraviglia della natura per bellezza, saggezza e intelligenza.
Daksha è felice e non vede l’ora di maritarla a qualche valoroso re del circondario.
ne arrivano a ondate, di pretendenti, da tutto il mondo. ciascuno incantato dal  fascino di Sati, ciascuno chiedendola in sposa.
solo che lei, Sati, rifiuta tutti.
ha un pensiero fisso: da quando è nata, lei vuole solo Shiva.
il che è complicato, dato che lui, Shiva, se ne sta per l’appunto in meditazione sulla montagna più alta del mondo, lontano da tutto e decisamente inadatto alla vita di corte che una principessa dovrebbe condurre.
ma Sati è irremovibile.
o Shiva, o niente.
Daksha si deve arrendere all’evidenza: Sati non sposerà alcun re.
la stessa Sati decide di lasciare gli agi delle reggia paterna e di ritirarsi in meditazione nei boschi, pensando che l’unico modo per incontrare Shiva sia seguire le stesse pratiche ascetiche che il Dio conduce.

da principessa ad eremita, la Dea incarnata pratica il digiuno, la meditazione e l’ascesi come se non avesse mai fatto altro in vita sua; con tale concentrazione da surriscaldare gli iperurani dove i deva dimorano.
lassù finiranno arrostiti se non si mette fine in qualche modo alle pratiche di Sati, e tutti allarmati i deva chiedono a Shiva di aiutarli. il mestiere di un dio è ascoltare le suppliche e esaudirle, e Shiva esce dalle sue austerità: nota Sati, se ne innamora e i due convolano a nozze.
…e vissero felici e contenti? nemmeno per sogno.

mercoledì 8 maggio 2013

il frullamento dell'oceano di latte - seconda parte (amrita)

qui interviene Vishnu, che prende la forma di Kurma la tartaruga e, intrufolandosi sotto la montagna, la sostiene sul proprio carapace.
riprende il lavoro.
tira e molla, tira e molla, tira e molla...per mille anni.
forse per diecimila anni.
forse di più.
l’Oceano di latte è bolle e schiuma, non si vede altro, immersi da ondate bianche, e schiuma, e bolle, c’è spazio solo per l’immensa fatica del tira-e-molla, infinito.
si è addirittura persa la memoria dei fatti che li hanno portati tutti lì, paradossalmente insieme, a frullare l'immenso, inconcepibile Oceano.

poi.
qualcosa di diverso da onde bianche e schiuma.
qualcosa pare emergere, dallo sconfinato latte.
un movimento differente delle onde sorprende tutti e la memoria torna e, insieme alla memoria, un barlume di speranza.

tutto era nascosto nell’Oceano.
ogni cosa ancora là da esistere.
e di più.
soprattutto stavano nell’opaco silenzio di latte degli specialissimi tesori, Ratna, che, uno dopo l’altro, vengono a galla.
lasciando deva e asura, ancora storditi dalla fatica, a bocca aperta, immobili per la sorpresa.
l’Oceano produce la splendida dea Lakshmi: la dea della bellezza, della fertilità, dell’abbondanza, della fortuna, che emerge dalle acque e prende subito per mano Vishnu, diventandone la consorte.
Afrodite, si chiama nel bacino del Mediterraneo.
[i miti raccontano parlano con immagini al nostro cuore, e il cuore dell’umanità è raggiungibile ovunque da figure simili, anche tralasciando le interessenze tra Oriente e Grecia. per la cronaca, Vishnu è il conservatore della Vita, Shiva il distruttore, Brahma il creatore]
Parijata , l’albero divino, con boccioli che non appassiscono né svaniscono mai, e che realizza tutti i desideri.
Sura, dea del vino.
il medico degli dei, Dhanvantari.
la luna, Chandra.
Surabhi, la vacca dell’abbondanza.
l’elefante bianco Airavata.
Rambha, la ninfa divina.
il cavallo bianco a sette teste, Uchchaisravas.
l’arco di Vishnu.
la conchiglia di Vishnu.
il gioiello Kaustubha.
del miasma abbiamo già detto.
Amrita, il nettare dell’immortalità.
eccola qua!
[ognuno dei Ratna finisce in altre storie, affluenti dello stesso fiume mitologico]

gli accordi svaniscono alla vista dell’Amrita e improvvisamente si genera un parapiglia confuso e totale, in cui tutti cercano di impadronirsi della coppa contenente l’agognato nettare.
gli asura l’afferrano subito e all’istante iniziano a litigare su chi tra loro debba berne per primo.
arriva però Vishnu non nella sua consueta veste, ma nelle meravigliose forme di Mohini, l’eterno femminino, una figura di incantevole bellezza
la sua avvenenza stordisce tutti, al punto da convincere gli asura, completamente inebetiti da tanto splendore, a lasciare che sia lei a distribuire la bevanda.
come negarglielo?
Mohni inizia la sua distribuzione  danzando, dispensando agli asura del vino (in fondo era pur sempre appena emerso dalle liquide profondità dell’Oceano), ai deva, invece, l’Amrita.
questa parte di storia finirebbe qui, con i deva che furbescamente acquisiscono l’immortalità e gli asura che agogneranno sempre all’Amrita…
ma ci sono altre mille storie collaterali.
c’è ad esempio il racconto del destino curioso e diverso di un asura, Rahu, che durante la distribuzione dell’Amrita si era intrufolato tra le fila dei deva.
mentre il Sole e la Luna, in fila dopo di lui,  avvisano Mohini dell’imbroglio, Rahu riesce ad assaggiare qualche goccia di Amrita.
purtroppo per lui non farà in tempo ad inghiottire il suo primo sorso, perché Mohini, che è pur sempre Visnu, velocissima lo decapita.
ma le labbra di Rahu sono state fugacemente  in contatto con l’Amrita, quindi la testa dell’asura rimane immortale.
l’aver assaggiato anche solo per poco la meravigliosa bevanda rende Rahu per sempre famelico della pozione (Obelix in salsa indiana!): la coppa con l’Amrita viene nascosta sulla Luna e l’unica parte di Rahu immortale, cioè la testa, eternamente cerca di inghiottire l’intera Luna.
ma Rahu è una testa senza corpo, e la Luna torna sempre, scivolandogli fuori dalla gola… provocando i cicli lunari, le maree e, di fatto, contribuendo al movimento della Vita nel mondo.

sempre i miti, anche questo, ci raccontano di noi.
qui si narra un cambiamento.
estrarre il burro dal latte è cambiare lo stato della materia, e la trasformazione è irreversibile.

il mito ci avverte.
descrive un processo psichico, e l’impegno che il cambiamento richiede: bisogna mettere d’accordo deva e asura, integrare e armonizzare le nostre qualità energetiche, quelle che conosciamo meglio e quelle in ombra.
descrive processi fisiologici, Corporei: l’oceano di latte da cui estrarre l’Amrita (e tutto l’esistente) è nella testa, la volta celeste sotto la calotta cranica.
serve un perno sicuro, la percezione di un centro che è il nostro monte Mandara sostenuto dal carapace di Kurma, la tartaruga (la colonna vertebrale, il bacino, il pavimento pelvico).
si tratta di sensazioni fisiche, del sistema endocrino, del sistema nervoso; le energie si sentono nel corpo.
Vasuki va tirato fuori dal suo nascondiglio e guardato bene in faccia, per poterlo conoscere, avvolto intorno al monte.
il veleno c’è, perché all’inizio di un cammino di trasformazione viene a galla il turbamento.
se non ci fosse il miasma, Shiva (che per inciso è il mio preferito, il dio dello Yoga e della Danza, selvaggio e inossidabile al conformismo, uno che se ne va a spasso scalzo, coperto da una pelle di tigre, coi serpenti che lo avvolgono come gioielli e la luna tra i capelli…ogni dettaglio ha una simbologia precisa, una storia a sé) non potrebbe manifestarsi e respirare via il veleno.
che lascia il suo indelebile marchio, segno di un passaggio di stato.
glielo lascia nella gola, sede dell’espressione, da dove origina tutta la manifestazione che viene vocalizzata nell’esistenza.
dopo il veleno, vengono i tesori.
insieme al veleno, inizia la Vita.
[la storia inizia qui]

martedì 7 maggio 2013

il frullamento dell'oceano di latte - prima parte (il dio dalla gola blu)


questo mito inizia con una promessa. una promessa fatta in tempi lontani, in cui, tanto per cambiare, i deva (dei) e gli asura (antidei) se le danno di santa ragione in una guerra infinita e sfinente: in palio c’è – nientepopodimenoché - il dominio sui tre mondi.  entrambi gli schieramenti sono ormai fiacchi e indeboliti, ma gli asura sono decisamente in vantaggio: i deva hanno un disperato bisogno dell’Amrita, il nettare dell’immortalità.
infatti nella notte dei tempi gli dei non sono nemmeno ancora immortali. vivono molto, molto a lungo, è vero, ma la morte li prende sempre e soffrono di tutte le lacerazioni che la guerra prolungata lascia dietro di sé.
il fatto è che l’Amrita se ne sta immersa nell’immenso Oceano di latte, l’oceano senza sponde di prima dell’inizio, dove tutto è contenuto: ogni cosa è lì, intimamente mescolata a tutte le altre che ancora devono venire ad esistenza.
ma come si fa a tirar fuori, da quell’enorme marasma opaco, il prezioso nettare?
essendo latte, si può frullare (per la precisione, zangolare), proprio come si farebbe per tirarci fuori il burro.
bello.
ma frullare un immenso oceano non è mica come zangolare un secchio di latte!
“per riuscirci, alleatevi con gli asura”, consiglia Vishnu ai deva.

questa è la promessa che da vita alla storia: i deva promettono agli asura, in cambio di collaborazione, di dividere con loro il prezioso nettare.
una promessa pericolosa, difficile da mantenere.
i deva borbottano tra loro su questa inedita cooperazione, ma ci si penserà dopo a come sistemare le cose, dopo, quando avranno la coppa dell’Amrita in mano.
ora l’urgenza è tirarla fuori dall’Oceano.
gli asura, sfiancati dalla guerra e sedotti dalla prospettiva di diventare invincibili, accettano subito di dividere fatiche e premio finale con gli avversari di sempre.

l’impresa è immane.
per costruire la più grossa zangola mai esistita decidono di utilizzare, come perno, il monte più alto dell’universo: il monte Mandara.
non è roba da poco: deva e asura scavano le radici della montagna, per estirparla dal suo sito, ma scavare come matti non basta perché non riescono, nemmeno tutti insieme, a trasportarlo.
il monte scivola, tentenna, cade, schiaccia e non si lascia trasportare. non ce la farebbero mai se l’enorme Garuda, l’aquila divina, non lo prendesse con i suoi artigli, portandolo sa solo al centro dell’Oceano.
per fabbricare, però, una zangola non basta avere il perno adatto: serve anche una corda da avvolgere intorno al monte.
qui entra in gioco Vasuki, il re dei serpenti, gigante quanto il monte Mandara, che sembra proprio fatto apposta per essere la fune del frullatore cosmico.

i deva tengono la coda del serpente, gli asura la testa, e tirano a turno.
oooh issa, oooh issa!
la montagna  inizia a ruotare, prima piano ma, man mano che l’inerzia cede, sempre più in fretta…schiuma, ondate di latte,
oooh issa, oooh issa!
onde sempre più agitate, il vortice intorno al monte Mandara inizialmente è timido, ma via via diviene più profondo,
oooh issa, oooh issa!
tutti sudano faticano in modo inesprimibile.
col progredire del lavoro, il fiato di Vasuki diventa caldo, poi più caldo, poi rovente, una fiatella da paura!
gli asura, che proprio dalla testa lo tengono, maledicono l’ingenuità di essersi lasciati convincere dai deva che l’enorme testa di Vasuki fosse la parte più nobile, e quindi la più ambita, da maneggiare.
il peggio, però, deve ancora venire: infatti il povero Vasuki, così stiracchiato tra testa e coda, inizia a sputare il suo terribile veleno e la prima cosa ad emergere dal frullamento dell’Oceano di latte è proprio il suo temibile miasma, che rischia di contaminare l’Oceano intero, distruggendo tutto il suo contenuto e avvelenando tutti, deva e asura compresi.
e adesso?
tutto è perduto?

i deva chiedono a Shiva aiuto e protezione dato che, in quanto distruttore, è l’unico che possa salvare la situazione.
il mestiere di una divinità è di ascoltare le preghiere e assecondare le richieste che le vengono rivolte e Shiva, che sa fare il suo mestiere, usa l’unico modo possibile per esaudire la supplica: si respira da solo tutto il veleno, trattenendolo in gola. 
non rimane totalmente incolume, però, Shiva.
assorbire il miasma perché il mondo possa esistere gli lascia un segno indelebile, e la sua gola diventa, per sempre, blu.

ma i guai, si sa, non arrivano mai da soli.
nemmeno il tempo per tirare un sospiro di sollievo (tutti meno Shiva), e ci si accorge con terrore che il monte Mandara sta inesorabilmente affondando...

[continua]

sabato 4 maggio 2013

la nascita di Durga, ovvero dell'integrità

Ci sono concetti semplici, banali, facili facili, ma ogni tanto li voglio onorare richiamandoli, perché sono anche fondamentali.
Per come la vedo io (per fortuna non sono sola!), ciascun individuo è un insieme complesso e organico di energie.
Spesso le qualità energetiche che ci abitano sono complementari (attenzione, non opposte, non in lotta, perché sennò ci si pensa a pezzi, frantumati, disintegrati, e questo genera sofferenza).
Ad esempio ciascuno ha dentro di sé, e non tanto per dire, qualità energetiche Maschili e Femminili.
Il che è estremamente diverso dall’equazione, così radicata, che uomo = Maschile e donna =Femminile.
Intellettualmente ci arriviamo quasi tutti, magari dopo una perplessità iniziale, ma è necessario sentirlo nelle viscere come verità incarnata, sennò si vive costantemente negando una parte di noi stessi e in lotta col mondo circostante.
Basterebbe, ogni tanto, ricordarsi che arriviamo tutti da un ovulo e uno spermatozoo, perché le qualità cui si fa riferimento qui sono quelle lì, i primordiali.
Nell’incontro col mito che narra la nascita di Durga e della sua lotta col demone Mahisasura, è bene tener lo presente.

[per la cronaca, le storie indiane sono un intrico stretto, si annodano le une con le altre in disegni complessi e fitti come una selva.
L'inizio di un mito si trova nel fondo di un altro mito, la fine si trova nel mezzo di altre storie.
E' un bellissimo fiume, enorme, inarrestabile, colorato e denso di personaggi e vicende.
Raccontare una storia indiana costringe a scegliere un momento in cui farla iniziare…]

Inizia tutto con un demone particolare, figlio di una bufala e di un altro demone, il demone/bufalo Mahisasura.
Lo dico subito: a me, Mahisasura è simpatico.
Nelle storie indiane raramente si percepisce una spaccatura buoni-cattivi netta, è difficile identificarsi soltanto con la parte luminosa, lasciando ad altri quella oscura. E a me lui fa un po’ tenerezza.
Il demone/bufalo ha tutte le sue ottime ragioni per essere arrabbiato con le divinità, ma questa è un’altra storia; noi, qui, lo troviamo già furioso e pronto per una vendetta-tremenda-vendetta.
Mahisasura ha meditato seriamente per lunghissimi anni, e alla fine Brahma, il dio dell’inizio, gli è apparso, compiacendosi per il suo impegno e concedendogli la realizzazione di un desiderio.
[infatti la divinità fa sempre il suo mestiere: esaudisce i desideri di chi la prega, sia uomo, demone, animale o un’altra divinità meno potente. Non può fare altro, è il suo compito...anche questa storia ci esorta a fare attenzione a ciò che desideriamo!]

Mahisasura chiede il dono dell’immortalità.
Fatto sta che si tratta dell’unica cosa che nessuno può proprio concedergli, infatti le stesse divinità hanno dovuto lottare duramente per conquistarla (ma, anche questa, è un’altra storia).
Brahma glielo spiega, e Mahisasura corregge il tiro: “chiedo di essere invincibile per tutti i demoni, gli uomini e gli dèi”.
Me le immagino, le facce di Brahma, che nell’iconografia tradizionale ne ha quattro (anche se, all’inizio dei tempi, ne aveva cinque e per una faccenda di gelosia ne perde una, ma questa è un’altra storia ancora), nell’ascoltare la richiesta del demone/bufalo.
Avrà previsto in che razza di guaio stavano per cacciarsi i tre mondi?
Dopotutto, però, un desiderio da esaudire è pur sempre un desiderio da esaudire…
E Brahma non può fare altro che il suo mestiere: concedere.
Da quel momento in poi la situazione degenera.
Mahisasura conquista tutti i territori degli uomini, e i suoi eserciti giorno dopo giorno diventano più forti, spaventosi e coloro che combattono sotto i suoi vessilli più numerosi.
Conquista anche tutti i regni del mondo dei demoni.
Quando le divinità vedono le sue orde avvicinarsi al proprio mondo, la paura serpeggia tra loro.
Chi mai potrà fermare il declino dell’universo?
Si riuniscono in consiglio.
Le tre divinità principali, Shiva, Visnu e Brahma (che nelle lotte  tra dèi e demoni stanno un pochino sopra le parti, e solo in casi estremi intervengono a supporto dei deva), sono sempre accompagnate dalle loro controparti femminili: Uma/Parvati/Kali per Shiva, Lakshmi per Visnu, Sarasvati per Brahma.
Nel bel mezzo della riunione, le tre Dee si uniscono, e si concentrano, emanando la loro quintessenza, e creano un’altra Dea: una creatura incantevole, favolosa.
Così nasce Durga: bellissima, sorridente, ingioiellata, con una coiffeure perfetta, i ricci ordinati e lo sguardo dolce e fermo.
Incantati da tanto splendore e capendo l’antifona, tutte le altre divinità le regalano ciascuno la propria arma: Shiva il tridente, Visnu il chakra (il disco da guerra, una specie di freesbee micidiale), Indra il fulmine e via via armeggiando.
Alla fine Durga ha qualche decina di braccia (trentatré!), ogni arto armato di un’arma divina.
L'equipaggiamento non è completo senza un veicolo che la trasporti: e cavalca un leone, Durga.
Un felino spaventoso, enorme, che con un ruggito scombussola la terra e il cui passo fa cadere le montagne.
La Dea parte, sola sul suo leone, per la battaglia.

Ci mette un battito di ciglia per sgominare gli eserciti immensi e le orde di demoni di Mahishasura.
E quando lui la vede arrivare, probabilmente capisce da subito l’errore fondamentale commesso quando ha espresso il suo desiderio di invulnerabilità presso Brahma; ormai è tardi, e non gli resta che combattere.
Nella lotta, Durga è impassibile, non le si scompone nemmeno un ricciolo dell’acconciatura.
Il demone/bufalo cambia continuamente forma, da quella umana a quella di bufalo, finché Durga si  spazientisce e lo inchioda proprio col tridente di Shiva, esattamente nel momento del passaggio da una forma all’altra.
Mahisasura è distrutto, i suoi eserciti sconfitti, e la pace torna a regnare nei tre mondi.

Mi ha spesso stupito che alcuni uomini, all’udire questo racconto, lo abbiano interpretato come “la distruzione del Maschile”.
Certo, identificarsi con Durga è facile per le donne, identificarsi con Mahishasura lo è per gli uomini.
Un po’ troppo facile. E se si superasse l’apparenza?
Mahishasura nel chiedere di non essere sconfitto né da dei, demoni o uomini, ha tralasciato il Femminile: non lo conosce, quindi non lo considera. Ed è la mancata integrazione di questa qualità energetica a perderlo.
Ecco, nelle nostre confusioni personali facciamo la fine di Mahisasura quando non consideriamo, perché non le conosciamo, alcune parti di noi.
Quindi no, per me non si tratta di una storia che narra la distruzione del Maschile.
E' un monito, per tutti coloro che hanno la pazienza di ascoltare i miti e di ascoltare se stessi, a non fare lo stesso errore di Mahishasura.

Il demone/bufalo mi è simpatico, l’ho detto subito; forse perché mi ricorda Asterione, il Minotauro richiuso nel labirinto di Minosse, anche lui mezzo sangue, figlio di una regina e di un toro, anche lui sconfitto grazie a una dea, Arianna (beh, lei diventerà déa solo dopo essere scappata da Creta, ma anche questa è un’altra storia).
Mi è simpatico perché fa un sacco di fatica per ottenere la realizzazione di un desiderio ed è grazie al suo scivolone che la dea Durga ha l’occasione di nascere.
In fondo sono i nostri momenti di crisi a portare a galla le parti inaspettate, numinose, che ci abitano.

giovedì 2 maggio 2013

7 consigli per insegnare Yoga in una città di provincia e rimanere (forse) sani di mente - ultima parte


5. NON LASCIARE IL TUO LAVORO PER INSEGNARE YOGA
Ok, detto da me suona “fai quello che dico ma non fare quel che faccio”, un bel contrasto con tutto quello che ho scritto finora.
Guadagno meno, rischio molto di più e lavoro sempre, eppure sono decisamente più felice.
Ma devo essere pazza, l’ho già detto.
Quindi no, non lasciare il lavoro per insegnare Yoga (oltretutto di questi tempi sono i lavori a lasciare le persone, e non il contrario).
Insegnare Yoga affiancandolo a un altro mestiere non ti renderà meno efficace o meno felice, però potrebbe davvero renderti meno stressato/a!

Guardiamo in faccia la realtà: fare l’insegnante di Yoga (sempre se non hai le spalle coperte  altrimenti) può essere duro.
Ci vuole un sacco di pazienza e di resistenza, fisica e mentale.
E' difficile guadagnare non dico molto, ma anche solo abbastanza, insegnando Yoga.
Potrebbe esserci competizione: sai gestirla in modo costruttivo?
La cosa buona è sapere che i tuoi allievi ti somigliano (vedi punto 2!), e finché ci sarà questa vibrazione in comune, allora praticherete insieme. 
La Vita ci cambia in continuazione, tutti, e accettando che qualcuno cambi (città, disciplina, insegnante ecc.), è accogliere la Vita, e togliersi dalla competizione e dallo stress.
Lo Yoga è l’esperienza che fai: trova il tuo modo di insegnare, che poi è il tuo modo di essere. 
Per qualcuno può essere faticoso riuscirci, ma vale sempre la pena di trovare la propria voce, la propria autenticità.

6. INSEGNA, INSEGNA, INSEGNA
Insegnando si impara.
Si impara  a raggiungere tutti, ad essere efficaci e gioiosi.
Soprattutto, prima di insegnare ciò che si sa, si insegna ciò che si è: prima si crea la relazione con gli altri, poi si potranno scambiare energie, insegnamenti, tecniche e via discorrendo.
Accogliendo gli allievi, si impara ad accogliere se stessi.
Da ciascuno che ti raggiunge per praticare insieme, si impara.
Con umiltà e coraggio, si insegna e si impara.
Si trovano gemme preziose, negli altri e in se stessi.
questo ci porta al prossimo punto…

7. SII GRATA/O
Per l’insegnamento scambiato.
Per le persone.
Perché insieme si cresce.
Per lo Yoga, per la Vita.
Questo è il punto più importante: l’ho conservato per ultimo.

[prima parte e seconda parte]

mercoledì 1 maggio 2013

7 consigli per insegnare Yoga in una città di provincia e rimanere (forse) sani di mente - parte seconda


2. AMA I TUOI ALLIEVI (ti somigliano)          
Lavoravo a tempo pieno in una grande azienda; mi alzavo prestissimo per praticare, scappavo dalle riunioni per insegnare ai miei corsi Yoga e spesso finivo di lavorare ai progetti aziendali a notte fonda, dopo essere rientrata dalle lezioni.
Chi me lo faceva fare?

Mi era chiarissimo, e ora lo è ancora di più, che lo facevo e lo faccio, per amore; adoro le “mie persone”, adoro stare nei loro universi, meravigliosi e sorprendenti, adoro studiare e insegnare Yoga.
Sennò non potrei farlo.
Amare le tue persone significa ascoltarle, dare valore al fatto che si organizzano (a volte pesantemente!) per venire ai tuoi corsi, seguirti ai seminari, praticare insieme a te.
Significa, se insegni Yoga, capire al di là delle esplicitazioni, perché ogni giorno siamo differenti, comprendere di cosa c’è bisogno e cosa puoi fare per raggiungerli.
Significa essere in grado di raggiungere tutti, o almeno provarci con sincerità totale.
Significa conoscere il Corpo, conoscerne l’anatomia e la fisiologia, i canali energetici, rispettarne l’Armonia nella sequenza di asana, respirazione, mantra, concentrazioni.
Di fatto, significa praticare molto, moltissimo per conto proprio, lavorare costantemente su di sé; e questo ci porta direttamente al prossimo punto…

3. PRATICA, PRATICA, PRATICA
“Ma anche tu, che insegni, poi per conto tuo pratichi Yoga?”
Quesito meditabondo, posto da qualcuno che a sua volta insegna (filosofia all’università, per la precisione).
“Ovvio. Cosa insegno, sennò?”.
Annuisce con aria pensierosa,  “Eh, me lo ripeto spesso anche io”.
Immagino valga per tutti coloro che insegnano, qualsiasi sia la materia.
Pratica.
Pratica, sennò cosa vuoi insegnare?
Anche se hai molte classi, quello che fai non sostituisce la tua pratica personale; se si insegna, non lo si fa per se stessi:  si è a servizio degli allievi (vedi punto precedente!)
E' la ricerca personale che ti porta ad avere qualcosa da condividere con le persone che guidi.
E' la pratica personale che ti ha portato, bene o male, ad insegnare Yoga, giusto?
Allora non lasciarla mai.

4. SII CURIOSA/O (e coreaggiosa/o, a volte)
Non basta leggere gli stessi libri e giornali di Yoga che leggono tutti gli insegnanti di Yoga che conosci, e andare agli stessi seminari e festival di Yoga a cui si iscrivono tutti gli altri insegnanti di Yoga, di cui hai sentito parlare da altri insegnanti di Yoga o che hai visto pubblicizzati nei giornali che si occupano di Yoga.
Pratica.
Cerca.
E nascerà la curiosità di seguire strade/insegnamenti/discipline che potrebbero sembrare distanti dal tuo mondo e invece non lo saranno; sii curiosa/o non solo di ciò che ha l’etichetta “Yoga”, ma di tutto ciò che risuonerà in te.
Anche quando sarai l’unica insegnante Yoga nella stanza.
Perché quello che ti muove, che ti ispira, diventa Yoga se tu sei Yoga.
Farà parte del tuo bagaglio, della tua ricerca, della tua Vita.

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