martedì 20 novembre 2012

oggi non è un altro giorno


 «È una marmellata ottima», disse la regina.

«Tanto oggi non ne voglio.»

«Anche se tu ne avessi voluta, non avresti potuto averne», ribatté la regina. «La regola è marmellata domani e marmellata ieri, ma non marmellata oggi.

«Ma prima o poi ci potrà essere marmellata oggi!», obiettò Alice.
«No, replicò la Regina. «La marmellata c'è negli altri giorni; e oggi non è un altro giorno, come dovresti sapere.»


                                                       * L. Carroll "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò"


lunedì 27 agosto 2012

pericolose, sagge e selvagge


"Per tutte le figlie e le anziane donne,
prova vivente che l'anima, 
nonostante le denigrazioni culturali affermino il contrario, nonostante le delusioni d'amore, nonostante le scelte sbagliate, nonostante gli scontri e le ferite...
che l'anima torna ancora a vivere, ancora.

Per tutte le figlie e le anziane donne, che da tempo siano convinte o da poco abbiano avuto l'illuminazione, 
che nonostante le pecche, nonostante l'ego blateri il contrario, 
la saggezza è infusa nel loro corpo e nella loro anima dalla nascita,
e rappresenta sia la loro eredità dorata sia la loro scintilla d'oro.

Per tutte le figlie e le anziane donne che stanno costruendo le credenziali che più hanno importanza: la prova che una donna è come un grande albero che, grazie alla sua capacità di muoversi invece che rimanere immobile, può sopravvivere alle tempeste e ai pericoli più terribili, e rimanere ancora in piedi;
e ritrovare ancora il suo modo di ondeggiare nel vento, di continuare la danza.

Per tutte le figlie che stanno imparando, che hanno appena iniziato o sono già a buon punto, a diventare normalmente maestose come sono chiamate ad essere. Che è tanto. Tanto. Tanto.

Per loro, per tutti noi
possiamo tutti 
essere più profondi e fiorire,
creare dalle ceneri,
proteggere quelle arti, idee e speranze
cui non possiamo permettere di scomparire
dalla faccia di questa terra.
Per tutto questo, possiamo vivere a lungo 
e amarci l'un l'altro,
giovani da vecchi 
e vecchi da giovani
per sempre.

Clarissa Pinkola Estes, "La danza delle Grandi Madri"

*immagine di  Vladimir Tolman

mercoledì 25 luglio 2012

Il Viaggio, ovvero dell'autenticità

Pioveva.
Un temporale primaverile, di quelli improvvisi, totali, in cui il cielo scoppia sulla terra in secchiate d’acqua che arrivano da ogni parte.
Ero in bicicletta e qualunque riparo sarebbe stato insufficiente, inutile.
Pioggia in faccia, pioggia sulle dita che stringevano il manubrio intirizzite, pioggia sui pantaloni che si appiccicavano alle gambe.
La strada era ancora lunga.
Ero appena partita e già rivoli d’acqua scendevano fastidiosi dietro il collo, lungo la schiena, dentro la maglia, freddi.
La pioggia negli occhi restringeva il campo visivo allo stretto necessario per non finire al centro della carreggiata invasa dall’acqua, i capelli appiccicati alla fronte, zuppi.

Tutta quell’acqua inaspettata e inevitabile risveglia la gioia bambina dei piedi pieni nelle pozzanghere d’infanzia.
È divertente.
La pioggia mi scioglie il trucco in rivoli neri lungo le guance.
Le scarpe sono gonfie d’acqua, quando mi fermo ai semafori appoggio a terra piedi fradici e galleggianti. Non c’è nulla di asciutto, ormai, ma non c’è nemmeno nulla più di fastidioso: mi sono arresa all'acqua, pedalo e sono acqua, pedalo senza accorgermene, rido del riso semplice che viene col solletico.
All’ennesimo semaforo lo sguardo mi si appoggia sulla tettoia di un negozio a bordo strada: lì, sotto quel riparo comunque inadatto rispetto al diluvio, c’è un capannello di persone , alcuni con la bicicletta a mano. Certi mi guardano allibiti, certi condiscendenti;  la differenza tra stare sotto la tettoia e bagnarsi lo stesso, ma con disappunto o timore, e stare direttamente dentro la pioggia, spontanea e divertita.
Pedalo via, col mio trucco sciolto, zuppa di gioia fino al midollo.

Il Viaggio vero è quello che porta alla propria natura.
Si cammina, con passo affannato e pesante a volte, a volte leggero e, all'improvviso, dietro un angolo, ci si imbatte in noi stessi.
Noi stessi, mica quello che abbiamo immaginato di essere o che vorremmo gli altri vedano in noi!
La nostra faccia vera, ripulita dalla biacca, dal trucco di scena che, magari senza saperlo o senza ricordarne i motivi, abbiamo tenuto per anni.
Prima di vederla, andava bene così: perché affaticarsi? Perché mettersi in Viaggio?
Perché pedalare sotto la pioggia?
Eppure è bastato permettere anche una sola volta uno sguardo sotto i trucchi, e viene la voglia irresistibile di togliere le maschere che il tempo e l'abitudine ci hanno incollato addosso.
Allora, l'unica possibilità è uscire da sotto la tettoia, mettersi in cammino, continuare a pedalare.

Lo Yoga è un Viaggio.
Un Viaggio personale che però si può condividere: ciascuno avrà il proprio passo, ciascuno avrà un modo di guardarsi specifico, ciascuno troverà quello che può o deve incontrare, ma a volte è bello muoversi insieme ad altre persone in cammino.


*immagine di Chema Madoz

I Viaggi


Lo Yoga è un Viaggio.
Un Viaggio personale che però si può condividere: ciascuno di noi avrà il proprio passo, ciascuno avrà un modo specifico di guardarsi e di guardare, ciascuno troverà quello che può o deve incontrare, ma a volte è bello muoversi insieme ad altre persone in cammino.

Ecco due tappe di questo viaggio speciale, che vogliamo condividere.

Nella prima, dal 4 al 10 agosto, a Sorrento, impareremo a “Cavalcare la tigre delle emozioni”.
Cavalcare la tigre significa fare i conti con quelle emozioni, la rabbia, ad esempio, la paura, che spesso ci portano ad agire e pensare in maniera eccessiva, incomprensibile anche a noi stessi.
“Fare amicizia” con le emozioni non vuol dire affatto combatterle o controllarle, ma imparare a “stare” in quello che c’è, momento per momento, con consapevolezza, per saper accettare noi stessi e, di conseguenza, anche gli altri.
Ecco che le tecniche dello Yoga, posizioni (asana), gli esercizi di respirazione (pranayama) e di concentrazione con il suono (mantra), insieme a strumenti di espressione più “convenzionali”, ci accompagneranno per far emergere ciò che, a volte, nemmeno sappiamo di essere. Per ritrovarci, al termine di questa porzione di cammino che avremo condiviso, più integri e completi.

La seconda tappa del Viaggio, dall'11 al 18 agosto sulle colline che danno sul mare delle Marche, sarà un’ulteriore occasione di ricerca, per imparare a “Volare sulle ali dell’Intuizione”.
Infatti, se i sensi sono " le porte della percezione", lo Yoga ci offre le chiavi per aprirle ed entrare, con la grazia del danzatore, nel mondo incantato dell’autentica conoscenza di noi stessi.
Allora impareremo a riconoscere i diversi effetti delle percezioni sensoriali sul nostro corpo e sui nostri stati d'animo, con sessioni di lavoro corporeo anche a coppie, usando le tecniche che lo Yoga ci ha trasmesso e giocando con alcune manzie (tecniche di divinazione), apprenderemo a vedere al di là della vista, ascoltare oltre l’udito, gustare, toccare, annusare più in là di quello che i nostri sensi ci suggeriscono per arrivare alla percezione dell’insieme, il “sesto senso”, al magico momento in cui il lampo dell’Intuizione ci illumina.

Buon viaggio a tutti!

*immagine di Duy Huynh

martedì 17 luglio 2012

Riluttante (all'ansia)


La poltrona sarebbe stata anche comoda ma, lì, ero legata, avevo elettrodi appiccicati alla testa, al torace e alle dita delle mani: i due camici bianchi in brevi mosse austere avevano messo sotto controllo le mie reazioni fisiologiche.
Non era esattamente la macchina della verità, anche se una verità forte, quella volta lì, è emersa prepotente: questo è infatti il racconto di come, una strana giornata di mille anni fa, abbia scoperto (mio malgrado) il vero potere del respiro quadrato.

Appena legata, la domanda interiore e irrimediabilmente tardiva, “perché sono qui?!?”, era già un mantra.
Se il motivo mi fosse ancora stato chiaro, le cose forse sarebbero andate diversamente.
Ero lì, frugata nei recessi delle mie reazioni fisiologiche, per soldi: la farmaceutica cercava 'volontari sani' per la fase conclusiva della sperimentazione di un medicinale contro l’ansia.
Superati i test preliminari cui, appunto, mi stavo sottoponendo, sarei stata retribuita per partecipare alla vera e propria sperimentazione: mi era ingenuamente sembrato un modo come un altro per guadagnarmi la retta dell’università.
Ma, esame dopo esame per arrivare a capire se sarei stata della partita, ero sempre più pentita, la motivazione economica sfumava e cercavo d'istinto le uscite di sicurezza.

Per essere certi della mia inclinazione all’ansia, l’ansia dovevano indurmela, misurarla e, se la quantificazione fosse risultata apprezzabile, sarei passata al livello successivo; per me la cosa importante era stabilizzare un conto in banca da studentessa che oscillava paurosamente.
L'unico mio compito, lì su quella poltrona, era respirare.
Da una bombola, anzi due, in sequenza: una con aria-in-scatola-normale, l’altra con aria-addizionata-di-anidride-carbonica, aria 'gassata' in pratica. 
Naturalmente ignoravo in quale bombola fosse l’aria normale e in quale l’aria gassata.
Pare assodato che un minor apporto di ossigeno causi reazioni d’ansia in chiunque, ed io ero lì perché quelle che avrei spontaneamente avuto fossero misurate e catalogate.
Fino a quel momento me l’ero cavata bene; mi ero stoicamente sottoposta a tutti i controlli medici, mi ero lasciata mettere gli elettrodi e, anche se la baldanza disinvolta che sentivo all'arrivo si era totalmente dissolta, stavo riuscendo a mantenere un contegno perlomeno dignitoso. 
Andò abbastanza bene anche quando mi misero il boccaglio della prima bombola.
La cosa diventò drasticamente difficile all'improvviso, quando un’innocente molletta da nuoto sincronizzato mi fu piazzata sulle narici.

Il mio unico attacco d’ansia l’ho avuto proprio lì, e nemmeno avevo iniziato il test. 
Saranno stati pochi secondi. Ma la concezione del tempo, dello spazio, della presenza dei camici bianchi - professionalmente gentili e distaccati - si erano liquefatte in una paura folle.
Fatto sta che i camici bianchi, invece, c’erano eccome; quell’ansia preliminare lasciava presagire un roseo futuro da cavia per la sottoscritta: mi tolsero incautamente la molletta dal naso per meno di un minuto, proprio mentre stavo per mettermi a urlare.
A me, non occorreva di più.
Quel minuto cambiò le sorti del mio conto in banca e del mio impegno nella sperimentazione farmaceutica; il mio nome, che si sappia, non è tra quelli di coloro che hanno contribuito al progresso della ricerca medicinale.

Il respiro quadrato - la tecnica

Si chiama respirazione quadrata e un motivo c’è.


Postura: la prima cosa è trovarne una che permetta di sentire la colonna vertebrale correttamente, ma comodamente, distesa e allineata
Mollare le tensioni alla mascella, agli occhi, al volto, che, oltre ad accomunare la nostra espressione a quella di un fico rinsecchito, bloccano la sensazione della gola aperta e inchiodano la percezione del respiro. 
Allargare la lingua in bocca.

Prima di iniziare: a me piace immaginare bene il quadrato, davanti a me, ne percorro il perimetro con gli occhi della mente.
Quattro fasi del respiro (inspiro – trattengo a polmoni pieni – espiro – trattengo a polmoni vuoti), una per ciascun lato del mio quadrato immaginato.
Che, essendo quadrato, guarda un po' ha quattro lati e quattro angoli, uguali tra loro.
Ciascuna fase del respiro ha quindi la stessa durata delle altre.

Inizio: svuoto i polmoni. Il punto zero è sempre a polmoni vuoti e, da lì, posso cominciare.

Il ritmo: conto i battiti del cuore
- Inspiro per sette battiti (ad esempio, eh!), 
- trattengo per altri sette, 
- espiro sempre per la durata di sette battiti, 
- trattengo a vuoto per sette....
Al primo quadrato i battiti del cuore non sono regolari nelle diverse fasi; rallentano in espirazione, accelerano nei trattenimenti. 
Al secondo giro sul mio quadrato, il cuore si è già adattato, il ritmo è regolare, pacifico.
Ma si possono contare i tempi anche senza contare i battiti, basta un conto mentale per assicurarsi che i lati del quadrato siano in sintonia. Tra l’altro la durata dei tempi, quando tutto è quieto, si allunga, è come se i quadrati di respiro diventassero più grandi
Come se il respiro creasse spazio...e ci si accorge che il respiro esiste già, da sempre, è lì e accade e non serve altro.  
Sboccia l'autocontrollo, come un fiore, contraddizione in termini eppure così vero!
Il segreto, è il ritmo.

martedì 31 gennaio 2012

(metterci) la faccia

“Taglia”, dico.


Nuda e cruda, la voglio.
La verità.
L’autenticità.
Glielo dico che ho ancora lo shampoo addosso, mentre mi lava i capelli. “Quanto?”
“Molto”.
Ci sono specchi dappertutto, qui dentro: le donne controllano il risultato del suo lavoro, sembra che si guardino con gli occhi della gente fuori dalla vetrata del negozio, di chi cammina sul marciapiede. Io mi guardo coi miei occhi, solo quelli, tanto anche se volessi non ci riuscirei a mettermi fuori, sul marciapiede, e osservarmi da lì.
Voglio la mia faccia, i lineamenti del viso, così come sono. E se il mondo deve guardarmi, che possa vedermi dritto, senza cornici.

Quand’ero piccola, mia mamma mi pettinava.
Aveva sempre fretta, era di corsa.
Mi prendeva, e mi pettinava. Con quei pettini, non so se esitano ancora perché non ne ho più visti, quei pettini con denti larghi da un lato e più stretti dall’altro, fatti apposta per sciogliere i nodi piano, con dolcezza, prima i più grossi, poi i più piccini.
Solo che lei aveva fretta, e non faceva piano.
Solo che io sono riccia.
Chi ha capelli ricci mi capisce di sicuro: venire pettinata era una tortura. Mi colavano lacrime lungo le guance, fino al mento e io non sapevo trattenerle.
Era il momento peggiore della giornata.

“Perché non ti pettini? Non ti metti in ordine?”
I boccoli scuri mi incorniciano il viso, sempre stralunati. Me li taglio da sola, che tanto sono ricci e nessuno si accorge se sono irregolari.
“I capelli ricci non si pettinano, mamma”.
Imperterrita, ogni volta che mi vede, la prima cosa che dice mentre sono ancora sulla porta è sempre quella.
“Perché non ti pettini?”. Lo ripete come un mantra.
Ripenso alla bimba con le lacrime lungo le guance e mi arrendo: te lo devo proprio dimostrare, perché non mi pettino.
Così vado nel suo bagno e cerco il pettine. Ovviamente lo trovo, i tempi sono cambiati e adesso ha solo denti a distanze omogenee.
Lo prendo e piano, dolcemente, mi pettino. Passo i ricci uno alla volta, con cura.
Ci vuol pazienza, quando arrivo alla nuca ho le braccia stanche e pesanti.
“Il pranzo si raffredda! Cosa combini?!”
Arrivo a tavola coi capelli pettinati e l’aria trionfante di chi ha corretto un errore antico.
“Oddio, ma che hai fatto?”.
Eccomi appena uscita dal tunnel del vento, la testa completamente elettrizzata, pettinata e vittoriosa: ho finalmente messo la parola fine ad anni e anni della stessa domanda, reiterata, ripetuta, ribattuta, una goccia cinese eterna, sicura come la notte dopo il tramonto.
Quello che da bambina non sapevo fare.

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