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martedì 17 luglio 2012

Riluttante (all'ansia)


La poltrona sarebbe stata anche comoda ma, lì, ero legata, avevo elettrodi appiccicati alla testa, al torace e alle dita delle mani: i due camici bianchi in brevi mosse austere avevano messo sotto controllo le mie reazioni fisiologiche.
Non era esattamente la macchina della verità, anche se una verità forte, quella volta lì, è emersa prepotente: questo è infatti il racconto di come, una strana giornata di mille anni fa, abbia scoperto (mio malgrado) il vero potere del respiro quadrato.

Appena legata, la domanda interiore e irrimediabilmente tardiva, “perché sono qui?!?”, era già un mantra.
Se il motivo mi fosse ancora stato chiaro, le cose forse sarebbero andate diversamente.
Ero lì, frugata nei recessi delle mie reazioni fisiologiche, per soldi: la farmaceutica cercava 'volontari sani' per la fase conclusiva della sperimentazione di un medicinale contro l’ansia.
Superati i test preliminari cui, appunto, mi stavo sottoponendo, sarei stata retribuita per partecipare alla vera e propria sperimentazione: mi era ingenuamente sembrato un modo come un altro per guadagnarmi la retta dell’università.
Ma, esame dopo esame per arrivare a capire se sarei stata della partita, ero sempre più pentita, la motivazione economica sfumava e cercavo d'istinto le uscite di sicurezza.

Per essere certi della mia inclinazione all’ansia, l’ansia dovevano indurmela, misurarla e, se la quantificazione fosse risultata apprezzabile, sarei passata al livello successivo; per me la cosa importante era stabilizzare un conto in banca da studentessa che oscillava paurosamente.
L'unico mio compito, lì su quella poltrona, era respirare.
Da una bombola, anzi due, in sequenza: una con aria-in-scatola-normale, l’altra con aria-addizionata-di-anidride-carbonica, aria 'gassata' in pratica. 
Naturalmente ignoravo in quale bombola fosse l’aria normale e in quale l’aria gassata.
Pare assodato che un minor apporto di ossigeno causi reazioni d’ansia in chiunque, ed io ero lì perché quelle che avrei spontaneamente avuto fossero misurate e catalogate.
Fino a quel momento me l’ero cavata bene; mi ero stoicamente sottoposta a tutti i controlli medici, mi ero lasciata mettere gli elettrodi e, anche se la baldanza disinvolta che sentivo all'arrivo si era totalmente dissolta, stavo riuscendo a mantenere un contegno perlomeno dignitoso. 
Andò abbastanza bene anche quando mi misero il boccaglio della prima bombola.
La cosa diventò drasticamente difficile all'improvviso, quando un’innocente molletta da nuoto sincronizzato mi fu piazzata sulle narici.

Il mio unico attacco d’ansia l’ho avuto proprio lì, e nemmeno avevo iniziato il test. 
Saranno stati pochi secondi. Ma la concezione del tempo, dello spazio, della presenza dei camici bianchi - professionalmente gentili e distaccati - si erano liquefatte in una paura folle.
Fatto sta che i camici bianchi, invece, c’erano eccome; quell’ansia preliminare lasciava presagire un roseo futuro da cavia per la sottoscritta: mi tolsero incautamente la molletta dal naso per meno di un minuto, proprio mentre stavo per mettermi a urlare.
A me, non occorreva di più.
Quel minuto cambiò le sorti del mio conto in banca e del mio impegno nella sperimentazione farmaceutica; il mio nome, che si sappia, non è tra quelli di coloro che hanno contribuito al progresso della ricerca medicinale.

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